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Lettere a Lucilio
Questo libro è un chiaro esempio di come i classici riescano ad adattarsi ad ogni tempo: ogni suggerimento, ogni invito che Seneca rivolge al destinatario delle sue lettere, Lucilio, può essere adattato alla nostra vita quotidiana; ogni esempio che l'autore sfrutta per esortarci a ricercare la virtù può essere considerato attuale e indipendente dal contesto in cui è applicato, sia esso il foro romano ai tempi dell'impero oppure la società dei giorni nostri.
Secondo Seneca, la vera filosofia, cioè la ricerca della saggezza, non può essere limitata a un'élite di persone, poiché tutta l'umanità è soggetta a problemi simili tra loro: a partire dalla paura di morire, all'avidità, dalla ricerca di amicizia, alla sofferenza e la sfortuna. Egli quindi predica a favore della consapevolezza che questi problemi possono affliggere tutti; bisogna abituarsi all'idea di morire (come sostiene nella famosa lettera in cui afferma il concetto di “cotidie morimur”), all'idea che potremmo avere un colpo di sfortuna, poiché nessuno è esente da questi mali.
L'autore afferma che: “Non è felice l'uomo che è considerato tale dal volgo, colui che è venuto in possesso di grandi ricchezze, ma chi ha ogni suo bene chiuso nel proprio animo, l'uomo retto e magnanimo che calpesta le cose ammirate dagli altri, che non trova nessuno con cui vorrebbe cambiarsi, che apprezza nell'uomo solo quelle qualità per le quali è uomo, che segue gli insegnamenti della natura, ne accetta le leggi e vive com'essa prescrive; colui a cui nessuna violenza riesce a strappare i beni che ha”.
Sicuramente Egli ha vissuto diversi momenti difficili, che spiegano il suo pensiero (per esempio quando, dopo essere divenuto famoso oratore ai tempi di Tiberio, cadde in disgrazia finendo anche esule in Corsica) e quest’opera è probabilmente un insieme di riflessioni di un Seneca vecchio, ormai fuori dalla vita politica, che medita sui mali propri ed altrui; infatti egli conclude ogni lettera con una sentenza, in modo tale da offrire uno spunto per riflettere.
Una cosa che colpisce molto è che tanti aspetti di saggezza che l'autore ci dispensa tramite queste “epistulae” non sono sempre stati il marchio principale della sua vita; infatti egli ha avuto moltissime responsabilità per avvenimenti negativi, che vanno contro ai principi e agli inviti a ricercare la virtù, sostenuti invece in queste pagine.
Nonostante ciò io ho trovato quest'opera molto piacevole da leggere e, benché in qualche misura impegnativa (resta comunque un classico “di spessore”), per nulla pesante o noiosa. Un invito alla riflessione sulle problematiche umane, espresso con parole semplici ed estraneo a sofismi e retorica, che può essere accolto anche dai lettori meno accaniti, o da chi non apprezza i saggi filosofici. La tecnica dell'epistolario, che spezza spesso la narrazione, tra una lettera e l'altra, rende al lettore più piacevole il libro, in quanto quest'ultimo può essere letto in un qualsiasi momento, poiché non richiede molto tempo. Basta infatti una manciata di minuti per leggere una, due, o tre “epistulae”, migliorarsi la giornata, ottenere un insegnamento e avere uno spunto su cui riflettere senza affannarsi per non aver finito un capitolo.
Samuele Lotter, III B, a.s. 2013-2014
Autore
Seneca
La chimera
Zardino non esiste più. Un'onda di stupide credenze popolari sembra aver inghiottito il piccolo villaggio e lasciato spazio ad un'autostrada.
Era un villaggio contadino, tipico del paesaggio padano del primo Seicento, con le sue massaie, i suoi agricoltori, il suo parroco e le sue streghe.
Il romanzo è incentrato su quest'ultima figura; Antonia, il personaggio principale dell'opera, verrà giudicata colpevole di stregoneria.
Antonia era un'esposta: faceva quindi parte di uno degli strati più bassi della società; rappresentava inoltre un mostro secondo i canoni dell'epoca.
Era infatti donna, scura d'occhi, di pelle e di capelli, con un evidentissimo segno di appartenenza al diavolo: i nei, ed uno in particolare sopra il labbro superiore.
Aveva inoltre una incredibile bellezza, ulteriore sfortuna per un'esposta, la cui massima aspirazione era quella di diventare una cameriera di sgradevole aspetto in una famiglia agiata.
Rimase quindi per molti anni nella Pia Casa di Novara, fino a quando una coppia di contadini di Zardino, Bortolo e Francesca Nidasio, la presero e la portarono nella loro casa di campagna. Fin da subito l'esposta venne marchiata dalle comari del paese col nome di 'strega', pur essendo la più mite e dolce di tutte le donne di Zardino. In paese si credeva che in alcune zone ci fossero covi di creature demoniache: le Madri, a nord, creature malvagie che costringevano i passanti a dar loro qualsiasi cosa avessero addosso per placare la loro ira; la Melusia, una strega d'acqua dolce che affogava chi si sporgeva nell'acqua; e poi i dossi maledetti: il dosso dell'albera e quello dei ceppi rossi, teatro di sabba e adorazioni del diavolo. Ma le creature più spaventose si trovavano in paese: le gemelle Borhesini, vecchie, nubili ed estremamente crudeli con il nipote autistico, Biagio; Giuseppe Barbero, uomo dall'aspetto raccapricciante e dalle abitudini più viziose; oppure don Teresio Rabozzi, prete strozzino e malpensante, soprattutto nei riguardi di Antonia ('' -Chi ha ballato con l' Anticristo nella pubblica piazza non potrà più mettere piede in una chiesa-'')
La felicità di Antonia è quindi ostacolata da molti antagonisti. Crescendo, la sua bellezza aumentava, ed il turbamento nei confronti di quella sembravano ''affiorare come in presenza di una colpa''. Biagio, lo 'stulidus Blasius', aveva preso a cuore l'esposta poiché gli aveva insegnato delle parole, e gli stava vicino. Ma il suo amore traboccò in atti di pazzia e molti credettero che fosse posseduto: venne rinchiuso, castrato, rimase tra la vita e la morte per poi vivere esanime. Le gemelle persero così la loro bestia da soma e Antonia ne guadagnò la sua prima accusa al Tribunale della Chiesa. Le altre accuse furono infatti quella di ''eretica pravità'', di fattucchieria, di congiunzione col diavolo, di partecipazione ai sabba, di infanticidio, e di tutte le cose che facevano di essa una 'stria'. Nemmeno una di quelle accuse era vera, ma le dinamiche del processo al Tribunale della Chiesa fecero ammettere il falso ad Antonia, che non riuscì a sopportare ulteriormente le torture, le ingiustizie, gli sberleffi e gli abusi. Antonia, l'angelo maledetto, venne bruciata sul rogo l'11 settembre 1610, a soli vent'anni.
Con lei, dopo poco, scomparve l'intera Zardino, con tutte le sue massaie, i suoi agricoltori, il suo parroco e le sue streghe, quelle vere; tutto sparì, in una Chimera, un'illusione che solo alcuni sognatori riescono a rivivere nel nulla.
La figura di Antonia appare come il Bene personificato: bella, pia, caritatevole, buona e vera; solo al momento del processo mentirà, ma lo farà in buona fede. Ma la sua più grande sfortuna è stata quella di nascere in un'epoca così retrograde, piena d' ipocrisia e fin troppo bigotta. Il potere era in mano alla Chiesa, che aveva anche un'importante ruolo politico e in più, in un periodo straripante di sventure, quali la peste, la carestia, lo spopolamento, la crisi economica, l'unico rifugio che la gente semplice poteva trovare era la Chiesa. Tutte le paure inesistenti (la fiera bestia, le streghe, il porcocane) potevano essere sconfitte dal popolo solo con paternostri e medagliette, nell'illusione che quelle armi divine funzionassero. Infatti soltanto quel tipo di cecità non ha reso possibile il riconoscimento della vera natura di Antonia. Zardino era il risultato, per quanto riguarda la popolazione che ci viveva, di quell'epoca. Ivi la cultura era poca, ed influenzata per la maggior parte dall'ambito ecclesiastico e percepita in modo fuorviante, poiché il diverso non veniva accettato, essendo errore divino e quindi vicino al diavolo, perciò una bellezza inspiegabile come quella di Antonia (l'inquisitore Marini era infatti dell'opinione che un luogo così malsano quale Zardino, che era vicino a una risaia, non potesse che produrre donne non belle) era sicuramente segno del demonio. Era una Chimera. La semplicità umana spesso non fa credere a ciò che vede, e fa pensare quindi che tutto sia causato da qualcosa di più grande, misterioso; perciò, la bellezza di Antonia, la sua rovina, non poteva essere considerata solo tale.
Giovanna Peretti, classe II B, a.s. 2013-2014
Rimase quindi per molti anni nella Pia Casa di Novara, fino a quando una coppia di contadini di Zardino, Bortolo e Francesca Nidasio, la presero e la portarono nella loro casa di campagna. Fin da subito l'esposta venne marchiata dalle comari del paese col nome di 'strega', pur essendo la più mite e dolce di tutte le donne di Zardino. In paese si credeva che in alcune zone ci fossero covi di creature demoniache: le Madri, a nord, creature malvagie che costringevano i passanti a dar loro qualsiasi cosa avessero addosso per placare la loro ira; la Melusia, una strega d'acqua dolce che affogava chi si sporgeva nell'acqua; e poi i dossi maledetti: il dosso dell'albera e quello dei ceppi rossi, teatro di sabba e adorazioni del diavolo. Ma le creature più spaventose si trovavano in paese: le gemelle Borhesini, vecchie, nubili ed estremamente crudeli con il nipote autistico, Biagio; Giuseppe Barbero, uomo dall'aspetto raccapricciante e dalle abitudini più viziose; oppure don Teresio Rabozzi, prete strozzino e malpensante, soprattutto nei riguardi di Antonia ('' -Chi ha ballato con l' Anticristo nella pubblica piazza non potrà più mettere piede in una chiesa-'')
La felicità di Antonia è quindi ostacolata da molti antagonisti. Crescendo, la sua bellezza aumentava, ed il turbamento nei confronti di quella sembravano ''affiorare come in presenza di una colpa''. Biagio, lo 'stulidus Blasius', aveva preso a cuore l'esposta poiché gli aveva insegnato delle parole, e gli stava vicino. Ma il suo amore traboccò in atti di pazzia e molti credettero che fosse posseduto: venne rinchiuso, castrato, rimase tra la vita e la morte per poi vivere esanime. Le gemelle persero così la loro bestia da soma e Antonia ne guadagnò la sua prima accusa al Tribunale della Chiesa. Le altre accuse furono infatti quella di ''eretica pravità'', di fattucchieria, di congiunzione col diavolo, di partecipazione ai sabba, di infanticidio, e di tutte le cose che facevano di essa una 'stria'. Nemmeno una di quelle accuse era vera, ma le dinamiche del processo al Tribunale della Chiesa fecero ammettere il falso ad Antonia, che non riuscì a sopportare ulteriormente le torture, le ingiustizie, gli sberleffi e gli abusi. Antonia, l'angelo maledetto, venne bruciata sul rogo l'11 settembre 1610, a soli vent'anni.
Con lei, dopo poco, scomparve l'intera Zardino, con tutte le sue massaie, i suoi agricoltori, il suo parroco e le sue streghe, quelle vere; tutto sparì, in una Chimera, un'illusione che solo alcuni sognatori riescono a rivivere nel nulla.
La figura di Antonia appare come il Bene personificato: bella, pia, caritatevole, buona e vera; solo al momento del processo mentirà, ma lo farà in buona fede. Ma la sua più grande sfortuna è stata quella di nascere in un'epoca così retrograde, piena d' ipocrisia e fin troppo bigotta. Il potere era in mano alla Chiesa, che aveva anche un'importante ruolo politico e in più, in un periodo straripante di sventure, quali la peste, la carestia, lo spopolamento, la crisi economica, l'unico rifugio che la gente semplice poteva trovare era la Chiesa. Tutte le paure inesistenti (la fiera bestia, le streghe, il porcocane) potevano essere sconfitte dal popolo solo con paternostri e medagliette, nell'illusione che quelle armi divine funzionassero. Infatti soltanto quel tipo di cecità non ha reso possibile il riconoscimento della vera natura di Antonia. Zardino era il risultato, per quanto riguarda la popolazione che ci viveva, di quell'epoca. Ivi la cultura era poca, ed influenzata per la maggior parte dall'ambito ecclesiastico e percepita in modo fuorviante, poiché il diverso non veniva accettato, essendo errore divino e quindi vicino al diavolo, perciò una bellezza inspiegabile come quella di Antonia (l'inquisitore Marini era infatti dell'opinione che un luogo così malsano quale Zardino, che era vicino a una risaia, non potesse che produrre donne non belle) era sicuramente segno del demonio. Era una Chimera. La semplicità umana spesso non fa credere a ciò che vede, e fa pensare quindi che tutto sia causato da qualcosa di più grande, misterioso; perciò, la bellezza di Antonia, la sua rovina, non poteva essere considerata solo tale.
Giovanna Peretti, classe II B, a.s. 2013-2014
Autore
Vassalli Sebastiano
Teresa Raquin
Teresa Raquin è una giovane fanciulla cresciuta con la zia e il cugino Camillo, in una discreta dimora nei pressi di Vernon.
I tre, nella prima fase della loro vita, si sono ritagliati un’esistenza pacifica ma piatta, “ignorando le gioie e i dolori di questo mondo”.
La vita è per loro un susseguirsi di giornate buie e vuote, scosse dalla costante e perpetua malattia del giovane Camillo e dominate dall’ansia e dalle preoccupazioni della madre, che si contende il figlio continuamente con le tenebre.
Teresa, rimasta presto orfana, divide con il cugino le attenzioni e le tenerezze della zia, nonché le sue medicine, come se fosse anch’essa una “bimba malaticcia”.
Trascorre così la sua infanzia e la prima giovinezza nel grigiore e nella desolazione della casa della zia, con la lucida consapevolezza di essere destinata, una volta raggiunti i vent’anni, a unirsi in matrimonio con il cugino. Dopo le nozze, la vita dei due giovani sposi procede inalterata: quella di Camillo sempre con la “immutabile egoistica tranquillità”, quella di Teresa con la sua “abituale dolce indifferenza”.
Qualche giorno dopo il matrimonio, i tre decidono di lasciare Vernon per stabilirsi a Parigi in una misera abitazione situata nel passaggio del Pont Neuf.
La tetra tranquillità della loro nuova esistenza viene improvvisamente scossa e turbata dall’inaspettata visita di Lorenzo, giovane che in passato aveva abitato vicino a Teresa e Camillo e con il quale giocava quando erano bambini.
Lorenzo, in precedenza pittore, giovane parassita posseduto dal solo desiderio dell’ozio, entra a far parte della vita dei giovani e della vecchia Raquin, che lo ricopre di attenzioni e delicatezze, amandolo come un figlio. Sempre ben accetto, il giovane Lorenzo trascorre spesso i pomeriggi a casa Raquin, riprendendo la sua amicizia con Camillo, ma in particolare seducendo Teresa.
I due cominciano, così, la loro storia di amore scabroso e inquietante, l’una spinta dal desiderio di evasione e di ribellione, l’altro riconoscendo in Teresa una persona in grado di garantirgli tranquillità e di concedergli di coronare la sua propensione all’ozio.
Spinti dal desiderio passionale i due giovani amanti concepiscono e portano a termine l’assassinio di Camillo, che viene affogato, gettato da Lorenzo, nella Senna.
Da questo atto brutale e violento ha origine e si consuma il dramma dei due amanti, che, dopo aver prudentemente atteso qualche anno, convoglia a nozze.
La realtà non coincide tuttavia con i loro progetti: Teresa e Lorenzo sono continuamente logorati e straziati dal fantasma di Camillo, che aggiunge alla loro comune prostrazione un’ansia imprecisa e dolorosa. I due sposi non sono più in grado di amarsi come un tempo: l’annegato risuscita continuamente, emerge da quell’acqua, agghiacciando la vita dei due assassini, che vivono ora in uno stato di perpetuo terrore.
Col tempo Teresa e Lorenzo, ormai del tutto consapevoli dell’insuccesso della loro unione, diventavano sempre più sospettosi l’uno nei confronti dell’altra.
I due giovani scorgono davanti a sé ”solo un’infinita distesa di dolore, una conclusione violenta e sinistra.”
Il dramma della loro esistenza si conclude avvelenandosi.
Solo la morte è ormai in grado di porre fine alle insostenibili angosce del loro animo dilaniato.
Teresa e Lorenzo: giovani amanti vittime del loro stesso peccato, artefici del loro tragico destino. Uniti inizialmente da una terribile passione, i due giovani si riducono dopo il matrimonio a tremare degli stessi brividi, e i loro cuori sono destinati a struggersi della stessa angoscia. Dopo la loro tragica comunione, Teresa e Lorenzo dispongono per soffrire e per gioire di un unico corpo e di una sola anima. L’inquietante passione, che prima li univa, si trasforma, dopo l’assassinio di Camillo, in terribile sofferenza assai diversa da quanto auspicato inizialmente dai giovani amanti. Il matrimonio, successivo al delitto, unisce gli sposi in un “orribile abbraccio in cui il desiderio è sostituito dal terrore e dalla sofferenza”. Non più passione e amore ma solo ansia e preoccupazione. L’annegato, ogni notte, riappare e si sdraia accanto ai due giovani, procurando loro i sogni più terribili. Teresa e Lorenzo sono logorati dall’incessante preoccupazione di essere scoperti del loro delitto, denunciati dalla loro vittima rinvigorita dalla forza, dalla potenza delle tenebre ed eternata da quella morte terribile. E’ proprio Camillo, quel giovane sofferente e malaticcio, il vincitore di questa lotta, colui che trascinerà presto negli abissi del terrore i giovani amanti, dopo aver reso impossibile la loro vita immersa in un perpetuo stato di dolore angosciante e di sofferenza. Teresa e Lorenzo dovranno così riconoscere esplicitamente che il loro matrimonio è l’inevitabile castigo del loro delitto e che l’ampiezza vertiginosa di quell’egoismo, che li ha spinti all’assassinio per soddisfare la reciproca bramosia, altro non li ha condotti che ad una esistenza desolata e intollerabile.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Teresa e Lorenzo: giovani amanti vittime del loro stesso peccato, artefici del loro tragico destino. Uniti inizialmente da una terribile passione, i due giovani si riducono dopo il matrimonio a tremare degli stessi brividi, e i loro cuori sono destinati a struggersi della stessa angoscia. Dopo la loro tragica comunione, Teresa e Lorenzo dispongono per soffrire e per gioire di un unico corpo e di una sola anima. L’inquietante passione, che prima li univa, si trasforma, dopo l’assassinio di Camillo, in terribile sofferenza assai diversa da quanto auspicato inizialmente dai giovani amanti. Il matrimonio, successivo al delitto, unisce gli sposi in un “orribile abbraccio in cui il desiderio è sostituito dal terrore e dalla sofferenza”. Non più passione e amore ma solo ansia e preoccupazione. L’annegato, ogni notte, riappare e si sdraia accanto ai due giovani, procurando loro i sogni più terribili. Teresa e Lorenzo sono logorati dall’incessante preoccupazione di essere scoperti del loro delitto, denunciati dalla loro vittima rinvigorita dalla forza, dalla potenza delle tenebre ed eternata da quella morte terribile. E’ proprio Camillo, quel giovane sofferente e malaticcio, il vincitore di questa lotta, colui che trascinerà presto negli abissi del terrore i giovani amanti, dopo aver reso impossibile la loro vita immersa in un perpetuo stato di dolore angosciante e di sofferenza. Teresa e Lorenzo dovranno così riconoscere esplicitamente che il loro matrimonio è l’inevitabile castigo del loro delitto e che l’ampiezza vertiginosa di quell’egoismo, che li ha spinti all’assassinio per soddisfare la reciproca bramosia, altro non li ha condotti che ad una esistenza desolata e intollerabile.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Autore
Zola Emile
Canone inverso
Vienna al tramonto del secolo scorso.
Un distinto signore di età ormai matura acquista all’asta un violino, un raffinato strumento, probabilmente un ultimo esemplare Steiner.
Contemporaneamente un altro uomo, uno scrittore particolarmente interessato allo strumento, offre una lauta somma al nuovo proprietario in cambio del violino. L’anziano signore rifiuta l’offerta e chiede spiegazioni.
Comincia così il racconto del curioso scrittore.
Tutto ha inizio in un’osteria, dove lo scrittore conosce Jeno Varga, violinista ambulante, dotato di uno straordinario talento. Il suo repertorio vastissimo non si addice ad uno sconosciuto dilettante, quale invece è, avvezzo ad esibirsi ai bordi della strada, davanti ad un pubblico da marciapiede. Lo scrittore, attratto dall’artista, gli pone alcune domande sulla sua vita e carriera. Tra i due uomini si intreccia un dialogo, fatto di interrogativi e risposte e di sussurrati perché. I ricordi della vita del violinista si dipanano lungo le righe di un pentagramma, quando entrò al collegium musicum, nicchia per promettenti musicisti, destinati al successo. Qui conosce un coetaneo, un certo Kuno Blau, giovane dotato, appartenente all’aristocrazia, che invita Jeno al suo castello per trascorrere l’estate insieme. Jeno viene a conoscenza di vecchie storie di famiglia, come quella del Barone Gustav Blau, misteriosamente scomparso ed identificato in un cadavere trovato qualche tempo dopo. In quella stessa estate si consuma, però, anche l’amicizia tra i due giovani a causa di alcuni tratti violenti del carattere di Kuno.
Qualche mese dopo, infatti, a Vienna, Jeno è costretto a consegnare a un funzionario di polizia il suo violino, perché denunciato da Kuno di averlo rubato alla famiglia Blau.
Lo scrittore e il violinista continuano il loro dialogo e alla fine il violinista invita il conoscente ad andare a trovarlo al suo paese, ma quando lo scrittore vi si reca, altro non trova che la sua lapide con inciso il nome dell’artista, deceduto molti anni prima.
Il racconto dello scrittore termina così, lasciando l’anziano signore senza risposta ai suoi perché.
Perché tutto questo interesse per il suo violino? E chi è costui che gli ha raccontato questa storia?
E perché quella lapide riportava il nome di Jeno morto anni or sono?
Il mistero viene svelato alla fine del romanzo. L’anziano signore altro non è che il Barone Gustav Blau, erroneamente identificato nella salma di un altro uomo deceduto. In verità lui era fuggito segretamente per pene d’amore, lasciandosi alle spalle la famiglia e le sue nobili origini. Viene successivamente informato, come ultimo discendente della dinastia dei Bau, che il nipote Kuno è morto dopo anni strazianti trascorsi in un istituto psichiatrico. Il giovane soffriva di schizofrenia e sdoppiamento della personalità. Aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita suonando lungo le strade sotto il falso nome di Jeno Varga. La sua follia aveva oramai raggiunto il massimo del delirio e quel dotato violinista, che lo scrittore aveva conosciuto, altro non era che il giovane Kuno.
Al centro del racconto un violino, uno strumento attorno al quale ruotano le vite, i sogni, le sconfitte, le passioni dei personaggi di una storia misteriosa e sorprendente. Un violino che viene rubato e gelosamente custodito, che vibra tra le dita di due musicisti dotati e che finisce tra le mani di un anziano signore, ignaro della gelosia che ha scatenato le corde di quello strumento. Per Jeno quel violino è il custode di tutti i suoi sogni, la speranza di una vita di musicista, il riscatto di un’esistenza mediocre, un successo da dedicare al padre mai conosciuto. Per Kuno quel violino è la scintilla che scatena la sua follia. E’ come se si misurasse con l‘amico e ne temesse la bravura e le sue doti; è come se mettesse in dubbio le sue qualità di musicista. Kuno riesce ad emergere soltanto schiacciando il suo amico, strappandogli dalle mani quel violino, tanto agognato, ma forse senza una vera ragione. Forse quel violino non ha neppure le caratteristiche per essere così desiderato, ma è soltanto la chiave della follia di Kuno. Per Jeno, invece, quel violino accresce la sua passione per la musica, è il custode delle sue speranze. L’amore per la musica e per il violino, quel violino, si manifestano fin dall’infanzia e segnano l’intera esistenza del ragazzo. Punito da un destino avverso e forse soffocato dal suo stesso talento, il giovane Jeno muore senza lasciare traccia di sé nel mondo della musica. Parallela scorre, invece, la vita di Kuno, unito a Jeno, dapprima da una forte amicizia, laceratasi, poi, forse a causa dell’insorgere della sua infermità mentale. Eppure la fine dell’amicizia tra i due giovani non cancella il ricordo in Kuno del suo ex amico Jeno. Anzi, ne assorbe completamente la memoria al punto di sdoppiare la sua malata personalità e vivere a fasi alterne l’esistenza di entrambi. Ecco, quindi, il vero Kuno e subito dopo il falso Jeno. Due personalità diverse ma accostate dalla passione per la musica, due estrazioni sociali agli antipodi, ma legati sempre da quello stesso violino. I due giovani alla fine del racconto muoiono, mentre il violino rimane ancora in circolazione. Con i giovani soccombono le angherie e ingiustizie della vita, trionfano la passione, le ambizioni, la musica. Quella stessa musica, che ha accompagnato i due ragazzi lungo tutta la trama del racconto, diventa, però, in qualche modo, una forza oscura e tenebrosa, che conduce a una sorta di schiavitù e di delirio, per cui lo stesso Kuno affermerà che “i musicisti sono la stirpe di Caino”.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Al centro del racconto un violino, uno strumento attorno al quale ruotano le vite, i sogni, le sconfitte, le passioni dei personaggi di una storia misteriosa e sorprendente. Un violino che viene rubato e gelosamente custodito, che vibra tra le dita di due musicisti dotati e che finisce tra le mani di un anziano signore, ignaro della gelosia che ha scatenato le corde di quello strumento. Per Jeno quel violino è il custode di tutti i suoi sogni, la speranza di una vita di musicista, il riscatto di un’esistenza mediocre, un successo da dedicare al padre mai conosciuto. Per Kuno quel violino è la scintilla che scatena la sua follia. E’ come se si misurasse con l‘amico e ne temesse la bravura e le sue doti; è come se mettesse in dubbio le sue qualità di musicista. Kuno riesce ad emergere soltanto schiacciando il suo amico, strappandogli dalle mani quel violino, tanto agognato, ma forse senza una vera ragione. Forse quel violino non ha neppure le caratteristiche per essere così desiderato, ma è soltanto la chiave della follia di Kuno. Per Jeno, invece, quel violino accresce la sua passione per la musica, è il custode delle sue speranze. L’amore per la musica e per il violino, quel violino, si manifestano fin dall’infanzia e segnano l’intera esistenza del ragazzo. Punito da un destino avverso e forse soffocato dal suo stesso talento, il giovane Jeno muore senza lasciare traccia di sé nel mondo della musica. Parallela scorre, invece, la vita di Kuno, unito a Jeno, dapprima da una forte amicizia, laceratasi, poi, forse a causa dell’insorgere della sua infermità mentale. Eppure la fine dell’amicizia tra i due giovani non cancella il ricordo in Kuno del suo ex amico Jeno. Anzi, ne assorbe completamente la memoria al punto di sdoppiare la sua malata personalità e vivere a fasi alterne l’esistenza di entrambi. Ecco, quindi, il vero Kuno e subito dopo il falso Jeno. Due personalità diverse ma accostate dalla passione per la musica, due estrazioni sociali agli antipodi, ma legati sempre da quello stesso violino. I due giovani alla fine del racconto muoiono, mentre il violino rimane ancora in circolazione. Con i giovani soccombono le angherie e ingiustizie della vita, trionfano la passione, le ambizioni, la musica. Quella stessa musica, che ha accompagnato i due ragazzi lungo tutta la trama del racconto, diventa, però, in qualche modo, una forza oscura e tenebrosa, che conduce a una sorta di schiavitù e di delirio, per cui lo stesso Kuno affermerà che “i musicisti sono la stirpe di Caino”.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Autore
Maurensig Paolo
La caverna
LA CAVERNA
Cipriano Algor è un vasaio di sessantaquattro anni, che produce, assieme alla figlia Marta, stoviglie di creta da vendere al centro, luogo economicamente vivace e pulsante, dove lavora come guardiano anche il genero Marçal Gacho. La sua tranquilla e ripetitiva vita quotidiana viene improvvisamente scossa nel momento in cui il centro rifiuta la sua solita fornitura di stoviglie, preferendo acquistare nuovi prodotti dai materiali più moderni ed economici. Il vasaio si trova, così, costretto a confrontarsi con le avversità della vita ma in particolare con quell’entità misteriosa e disumana, con quel centro, che rappresenta il freddo e avido consumismo di mercato. Saramago, autore del libro, pone l’accento sul contrasto fra l’umanità del protagonista del racconto, Cipriano Algor, che vive in un mondo ingenuo e la buia realtà della società di mercato del centro. E’ un modo del tutto personale per rivisitare il mito platonico della caverna. Cipriano Algor, intenzionato a proseguire la sua attività di vasaio, trova rimedio alla situazione, decidendo di produrre delle statuine di creta su cui egli investe tutte le sue speranze. Il centro, però, rifiuta il nuovo prodotto e allora il vasaio, senza più un lavoro, decide di trasferirsi assieme alla figlia e al genero in centro, lo stesso luogo che aveva disprezzato e rifiutato i suoi prodotti. La vita del centro, orizzonte di infiniti destini, non offre tuttavia quella serenità e quella gioia che sembrava promettere. La vita dei tre personaggi risulta, al contrario, rattristata e spenta da quel grigiore del centro, che dilaga giorno dopo giorno. Evento culminante, che segnerà la repentina ma ferma decisione di Cipriano Algor di abbandonare il centro, è la scoperta di una voragine, di una sorta di caverna all’interno della quale ci sono dei morti. Il vasaio, riconoscendosi in quei corpi privi di vita immersi nel buio della caverna, si allontana dal centro per tornare da dove era venuto, seguito dalla figlia e dal genero. Lasciato quel mondo di effimere parvenze, quel centro fatto di leggi di mercato e consumi, Cipriano Algor e la sua famiglia si allontanano alla ricerca di un nuovo luogo dove vivere e lavorare, nella speranza di ricrearsi un’esistenza a dimensione umana. Intanto in centro vengono esposti dei manifesti che annunciano l’imminente apertura al pubblico della caverna di Platone: attrazione esclusiva, unica al mondo, da non perdere.
Luogo all’apparenza promettente, splendente e ricco, ma allo stesso tempo oscuro, enigmatico e tenebroso: il centro. Qui, dove convergono le vite e i destini di milioni di uomini, sono attirati dalla vana speranza di un futuro migliore gli stessi protagonisti del romanzo di Saramago. Dal luogo tranquillo da cui provenivano, essi si trovano improvvisamente immersi in una nuova realtà, che in principio sembra in grado di offrire loro ogni tranquillità ed agio. Il loro ingresso al centro non coincide, tuttavia, con l’inizio di un’esistenza più prospera. Essi si trovano, invece, costretti a “confrontarsi con una situazione peggiore, quella di guardarsi le mani e saper che non servono a niente, quella di guardare l’orologio e saper che l’ora successiva sarà uguale alla presente, quella di pensare al domani e saper che sarà altrettanto vuoto dell’oggi”. Saramago illustra così la situazione deplorata e deplorevole in cui vivono gli uomini del centro, prigionieri della caverna platonica, che non conoscono le cose stesse ma solo le loro immagini e ombre evanescenti. Il male dell’umanità degli abitanti del centro inizia proprio quando gli uomini trasformano in idoli reali quelli che sono riflessi soggettivi e sensibili delle cose, identificando gli oggetti reali con le loro visioni. E’ proprio questo il pericolo in cui incorre l’intera umanità, minacciata, aggredita e influenzata da quella vita caotica imposta dal centro, termine che riecheggia con ossessiva insistenza nel corso del romanzo. Il protagonista Cipriano Algor è il primo ad accorgersi dell’errore di cui rischia di essere vittima, quello di confondere le ombre con la realtà, sovrapporre le immagini imposte dai cartelloni pubblicitari alla vita reale, diventando così uno dei tanti prigionieri della caverna. La rassegnazione per il presente dell’anziano vasaio e le mancate aspettative per un futuro incerto non sono sufficienti a fargli dimenticare quel mondo illuminato dalla reale luce del sole, in cui viveva prima. La lucida consapevolezza dell’esistenza di un mondo migliore lo spingerà a liberarsi dalle catene e ad allontanarsi dalla caverna alla ricerca di una vita autentica.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Cipriano Algor è un vasaio di sessantaquattro anni, che produce, assieme alla figlia Marta, stoviglie di creta da vendere al centro, luogo economicamente vivace e pulsante, dove lavora come guardiano anche il genero Marçal Gacho. La sua tranquilla e ripetitiva vita quotidiana viene improvvisamente scossa nel momento in cui il centro rifiuta la sua solita fornitura di stoviglie, preferendo acquistare nuovi prodotti dai materiali più moderni ed economici. Il vasaio si trova, così, costretto a confrontarsi con le avversità della vita ma in particolare con quell’entità misteriosa e disumana, con quel centro, che rappresenta il freddo e avido consumismo di mercato. Saramago, autore del libro, pone l’accento sul contrasto fra l’umanità del protagonista del racconto, Cipriano Algor, che vive in un mondo ingenuo e la buia realtà della società di mercato del centro. E’ un modo del tutto personale per rivisitare il mito platonico della caverna. Cipriano Algor, intenzionato a proseguire la sua attività di vasaio, trova rimedio alla situazione, decidendo di produrre delle statuine di creta su cui egli investe tutte le sue speranze. Il centro, però, rifiuta il nuovo prodotto e allora il vasaio, senza più un lavoro, decide di trasferirsi assieme alla figlia e al genero in centro, lo stesso luogo che aveva disprezzato e rifiutato i suoi prodotti. La vita del centro, orizzonte di infiniti destini, non offre tuttavia quella serenità e quella gioia che sembrava promettere. La vita dei tre personaggi risulta, al contrario, rattristata e spenta da quel grigiore del centro, che dilaga giorno dopo giorno. Evento culminante, che segnerà la repentina ma ferma decisione di Cipriano Algor di abbandonare il centro, è la scoperta di una voragine, di una sorta di caverna all’interno della quale ci sono dei morti. Il vasaio, riconoscendosi in quei corpi privi di vita immersi nel buio della caverna, si allontana dal centro per tornare da dove era venuto, seguito dalla figlia e dal genero. Lasciato quel mondo di effimere parvenze, quel centro fatto di leggi di mercato e consumi, Cipriano Algor e la sua famiglia si allontanano alla ricerca di un nuovo luogo dove vivere e lavorare, nella speranza di ricrearsi un’esistenza a dimensione umana. Intanto in centro vengono esposti dei manifesti che annunciano l’imminente apertura al pubblico della caverna di Platone: attrazione esclusiva, unica al mondo, da non perdere.
Luogo all’apparenza promettente, splendente e ricco, ma allo stesso tempo oscuro, enigmatico e tenebroso: il centro. Qui, dove convergono le vite e i destini di milioni di uomini, sono attirati dalla vana speranza di un futuro migliore gli stessi protagonisti del romanzo di Saramago. Dal luogo tranquillo da cui provenivano, essi si trovano improvvisamente immersi in una nuova realtà, che in principio sembra in grado di offrire loro ogni tranquillità ed agio. Il loro ingresso al centro non coincide, tuttavia, con l’inizio di un’esistenza più prospera. Essi si trovano, invece, costretti a “confrontarsi con una situazione peggiore, quella di guardarsi le mani e saper che non servono a niente, quella di guardare l’orologio e saper che l’ora successiva sarà uguale alla presente, quella di pensare al domani e saper che sarà altrettanto vuoto dell’oggi”. Saramago illustra così la situazione deplorata e deplorevole in cui vivono gli uomini del centro, prigionieri della caverna platonica, che non conoscono le cose stesse ma solo le loro immagini e ombre evanescenti. Il male dell’umanità degli abitanti del centro inizia proprio quando gli uomini trasformano in idoli reali quelli che sono riflessi soggettivi e sensibili delle cose, identificando gli oggetti reali con le loro visioni. E’ proprio questo il pericolo in cui incorre l’intera umanità, minacciata, aggredita e influenzata da quella vita caotica imposta dal centro, termine che riecheggia con ossessiva insistenza nel corso del romanzo. Il protagonista Cipriano Algor è il primo ad accorgersi dell’errore di cui rischia di essere vittima, quello di confondere le ombre con la realtà, sovrapporre le immagini imposte dai cartelloni pubblicitari alla vita reale, diventando così uno dei tanti prigionieri della caverna. La rassegnazione per il presente dell’anziano vasaio e le mancate aspettative per un futuro incerto non sono sufficienti a fargli dimenticare quel mondo illuminato dalla reale luce del sole, in cui viveva prima. La lucida consapevolezza dell’esistenza di un mondo migliore lo spingerà a liberarsi dalle catene e ad allontanarsi dalla caverna alla ricerca di una vita autentica.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Autore
Saramago Josè
Sostiene Pereira
Sostiene Pereira è un romanzo ambientato nella Lisbona salazariana. Il protagonista è un attempato giornalista, il dottor Pereira, che dirige la pagina culturale del Lisboa, un giornale pomeridiano. La vita di Pereira è monotona e abitudinaria. La sua routine è semplice: lavoro in redazione, pranzo al Caffè Orquidea, ritorno a casa e d abituale colloquio con il ritratto dell’amata moglie defunta. Ma un giorno questa routine viene spezzata; in un caldo pomeriggio, mentre Pereira riflette sulla resurrezione della carne, viene colpito da un interessante articolo di riflessione sulla morte, scritto da un giovane studente di filosofia: Monteiro Rossi. Sarà proprio la giovinezza di Monteiro Rossi a dare una svolta all’apatia di Pereira. Ottiene che il giovane diventi un collaboratore per il Lisboa, con l’incarico di scrivere necrologi su scrittori indicati dallo stesso Pereira. Ma il giovane scrive necrologi su scrittori condannati dal regime, essendo fortemente influenzato da una giovane ragazza con le idee già chiare, di nome Marta. Nonostante quello che scrive, Pereira non lo licenzia, anzi si instaura tra i due un rapporto di amore filiale. Pereira viene così lentamente coinvolto a prendere una posizione sulla situazione politica del suo tempo. Si sente cambiato, decide allora di andare a trovare il suo amico Silva; ma le frivolezze e l’ipocrisia del suo amico non soddisfano Pereira che decide di ritornare subito a Lisbona. Sulla via del ritorno incontra la signora Delgado, che gli confida di essere ebrea e di essere in fuga ed invita Pereira ad agire anche nella sua quotidianità contro il regime. Ritornato a Lisbona decide di prendersi una settimana di riflessione nella clinica talassoterapeutica del Dottor Cardoso. Sarà il Dottor Cardoso parlandogli di una teoria sulla confederazione delle anime a risvegliare il suo senso etico e morale. Al ritorno dalla clinica scopre che Monteiro Rossi è nei guai: suo cugino è ricercato dalla polizia. Passa un po’ di tempo e di Monteiro Rossi non si hanno più notizie, Pereira incomincia intanto la sua Rivoluzione, facendo stampare un racconto di Daudet, intriso di patriottismo francese. Dopo aver ricevuto la telefonata del suo licenziamento a casa di Pereira giunge Monteiro Rossi. Mentre i due stano cenando arriva la polizia che irrompe nella casa catturando Monteiro e infine uccidendolo. Pereira allora pubblicherà i necrologi di Monteiro che aveva conservato , poi fugge in Francia, dove vivrà da intellettuale socialmente impegnato.
Sostiene Pereira è un romanzo storico ambientato nella Lisbona salazariana. Il protagonista è il dottor Pereira. Pereira è un uomo grasso, non più giovane, che soffre di cuore; dopo trent’anni di cronaca nera si occupa della pagina culturale del Lisboa. Vedovo dell’amata moglie morta di tubercolosi, non ha figli. Pereira è inoltre un uomo legato al passato, che sembra voler sfuggire al presente, come se lui fosse in realtà già morto. Infatti colloquia con il ritratto della moglie, raccontando la sua giornata , come se lei potesse rispondergli con quel suo sorriso fuggevolmente dipinto. “ Non so in che mondo vivo disse Pereira al ritratto, […] il problema è che ora non faccio altro che pensare alla morte, mi pare che tutto il modo attorno a me sia morto […]”. È proprio in una di queste riflessioni sulla morte , che grazie ad un articolo di giornale conoscerà Monteiro Rossi. Ma la giovinezza di Monteiro Rossi travolgerà Pereira, egli infatti fa parte di un gruppo di giovani oppositori al regime. Pereira da uomo mediocre, che cerca di non prendere mai una posizione, si trasformerà in un intellettuale attivo nella propria vita sociale e politica. Fin da subito tra i due si instaura un amore filiale, la lenta metamorfosi di Pereira nell’incontro con il Dottor Cardoso. Pereira, si trova sempre indeciso tra la paura del cambiamento e il rifugio nel passato; perciò cerca conforto nella clinica del Dottor Cardoso, che diventerà suo amico e riuscirà a portare Pereira ad una rinascita: “ lei è in conflitto con se stesso in questa battaglia che si sta agitando nella sua anima […] Ma io sono quello che sono la mia vita trascorsa, le memorie di Coimbra e di mia moglie, di me cosa resterebbe? L’elaborazione del lutto […] ha bisogno di vivere nel presente […] lei vive proiettato nel passato, lei è qui come se fosse a Coimbra trent’ anni fa “. Pereira si trova dinanzi alla realtà: deve fare qualcosa, deve informare la gente di ciò che sta succedendo, attraverso ciò che ha di più caro: la letteratura. La narrazione è abbastanza scorrevole, ma a tratti lenta a causa della ripetizione della frase “ sostiene Pereira”. Il narratore è esterno, e attraverso la ripetizione di questa frase sembra raccontare la vicenda come se si fosse dinanzi ad un tribunale; ma è proprio attraverso questo ritornello che si riesce a capire che Pereira dovrà sostenere ciò che ha fatto di fronte ad un tribunale d’ eccellenza, quello della letteratura, perché è attraverso di essa che egli riuscì ad opporsi ad una realtà crudele.
Baldissera Giulia, classe II BO, a.s. 2013-2014
Sostiene Pereira è un romanzo storico ambientato nella Lisbona salazariana. Il protagonista è il dottor Pereira. Pereira è un uomo grasso, non più giovane, che soffre di cuore; dopo trent’anni di cronaca nera si occupa della pagina culturale del Lisboa. Vedovo dell’amata moglie morta di tubercolosi, non ha figli. Pereira è inoltre un uomo legato al passato, che sembra voler sfuggire al presente, come se lui fosse in realtà già morto. Infatti colloquia con il ritratto della moglie, raccontando la sua giornata , come se lei potesse rispondergli con quel suo sorriso fuggevolmente dipinto. “ Non so in che mondo vivo disse Pereira al ritratto, […] il problema è che ora non faccio altro che pensare alla morte, mi pare che tutto il modo attorno a me sia morto […]”. È proprio in una di queste riflessioni sulla morte , che grazie ad un articolo di giornale conoscerà Monteiro Rossi. Ma la giovinezza di Monteiro Rossi travolgerà Pereira, egli infatti fa parte di un gruppo di giovani oppositori al regime. Pereira da uomo mediocre, che cerca di non prendere mai una posizione, si trasformerà in un intellettuale attivo nella propria vita sociale e politica. Fin da subito tra i due si instaura un amore filiale, la lenta metamorfosi di Pereira nell’incontro con il Dottor Cardoso. Pereira, si trova sempre indeciso tra la paura del cambiamento e il rifugio nel passato; perciò cerca conforto nella clinica del Dottor Cardoso, che diventerà suo amico e riuscirà a portare Pereira ad una rinascita: “ lei è in conflitto con se stesso in questa battaglia che si sta agitando nella sua anima […] Ma io sono quello che sono la mia vita trascorsa, le memorie di Coimbra e di mia moglie, di me cosa resterebbe? L’elaborazione del lutto […] ha bisogno di vivere nel presente […] lei vive proiettato nel passato, lei è qui come se fosse a Coimbra trent’ anni fa “. Pereira si trova dinanzi alla realtà: deve fare qualcosa, deve informare la gente di ciò che sta succedendo, attraverso ciò che ha di più caro: la letteratura. La narrazione è abbastanza scorrevole, ma a tratti lenta a causa della ripetizione della frase “ sostiene Pereira”. Il narratore è esterno, e attraverso la ripetizione di questa frase sembra raccontare la vicenda come se si fosse dinanzi ad un tribunale; ma è proprio attraverso questo ritornello che si riesce a capire che Pereira dovrà sostenere ciò che ha fatto di fronte ad un tribunale d’ eccellenza, quello della letteratura, perché è attraverso di essa che egli riuscì ad opporsi ad una realtà crudele.
Baldissera Giulia, classe II BO, a.s. 2013-2014
Autore
Tabucchi Antonio
La marcia di Radetzky
Questo libro narra la storia del crollo dell'impero austro-ungarico attraverso gli occhi di tre generazioni della famiglia Trotta.
La storia inizia nel 1859 con la battaglia di Solferino, durante la quale il sottotenente di fanteria Joseph Trotta salva la vita all'imperatore Francesco Giuseppe e ne riceve in ricompensa il titolo nobiliare. La vita di Trotta prosegue con regolare tranquillità finché non scopre che il suo gesto nella battaglia di Solferino è stato esaltato a tal punto da renderlo immeritatamente un eroe, l' "Eroe di Solferino". Offeso dalla bugia, dopo aver parlato con l'imperatore, lascia l'esercito.
La vicenda si sposta sul figlio, Franz Trotta, capitano distrettuale. Anch'egli svolge una vita monotona, ripetitiva, legata alla fedeltà per l'impero. Quando però il vecchio servitore Jacques viene a mancare, la vita di Franz Trotta subisce una svolta ed egli diventa più "umano".
Infine il protagonista della storia diventa Carl Joseph, sottotenente, il quale soffre per il confronto con il nonno. Carl Joseph, nonostante la giovane età, è il personaggio che più ha "vissuto". Egli, infatti, ha avuto due relazioni amorose con donne sposate e più vecchie, ha subito la perdita di un grande amico, ha contratto debiti di gioco ed è stato costretto a militare durante la Grande Guerra, subito dopo aver rassegnato le dimissioni come sottotenente.
ANALISI DI UN PERSONAGGIO
Fin dall'inizio la vita del capitano distrettuale Franz Trotta è stata caratterizzata dall'obbedienza e dalla fedeltà: segue le decisioni del padre, lavora con meticolosità, è fedele all'imperatore. Svolge, dunque, una vita monotona e meccanica e non sembra avere un particolare rapporto d'affetto con il figlio Carl Joseph. Sembra una persona chiusa alle novità ma probabilmente questo è dato dall'ambiente in cui ha sempre vissuto. Con la morte del fedele servitore Jacques, Franz si sente "perso" e la sua vita subisce una notevole svolta. Lascia così la sua casa e le sue abitudini e parte per far visita al figlio, trasferito in una regione di confine con la Russia. Durante questo soggiorno l'affetto che il padre prova per il figlio si fa più evidente e l'idea di un crollo e di una fine dell'impero trova spazio nella mente del capitano distrettuale. Franz Trotta inizia a vivere le vecchie abitudini con uno spirito differente e i cambiamenti nella sua vita vengono registrati con un po' di irritazione. In lui c'è la volontà di ritornare alle abitudini originali ma ormai il cambiamento è stato troppo grande per fingere che non sia accaduto. Una novità è l'incontrarsi per una partita a scacchi con il dottor Skowronnek, persona che egli considera un amico. Solo a lui riesce a confessare le difficoltà economiche del figlio. Per risolverle il capitano distrettuale inizia un instancabile viaggio, che costituisce per lui il massimo momento di svolta, fino a giungere all'imperatore. Franz Trotta arriva persino a concedere al figlio di lasciare l'esercito, dopo che questi è stato colpito in una rivolta. La sua vita viene sconvolta dalla morte del figlio, morte che per lui giungerà anni dopo in compagnia del dottor Skowronnek e del ritratto dell'eroe di Solferino.
Lidia Fernandes Pereira, I B, a.s. 2012-2013
ANALISI DI UN PERSONAGGIO
Fin dall'inizio la vita del capitano distrettuale Franz Trotta è stata caratterizzata dall'obbedienza e dalla fedeltà: segue le decisioni del padre, lavora con meticolosità, è fedele all'imperatore. Svolge, dunque, una vita monotona e meccanica e non sembra avere un particolare rapporto d'affetto con il figlio Carl Joseph. Sembra una persona chiusa alle novità ma probabilmente questo è dato dall'ambiente in cui ha sempre vissuto. Con la morte del fedele servitore Jacques, Franz si sente "perso" e la sua vita subisce una notevole svolta. Lascia così la sua casa e le sue abitudini e parte per far visita al figlio, trasferito in una regione di confine con la Russia. Durante questo soggiorno l'affetto che il padre prova per il figlio si fa più evidente e l'idea di un crollo e di una fine dell'impero trova spazio nella mente del capitano distrettuale. Franz Trotta inizia a vivere le vecchie abitudini con uno spirito differente e i cambiamenti nella sua vita vengono registrati con un po' di irritazione. In lui c'è la volontà di ritornare alle abitudini originali ma ormai il cambiamento è stato troppo grande per fingere che non sia accaduto. Una novità è l'incontrarsi per una partita a scacchi con il dottor Skowronnek, persona che egli considera un amico. Solo a lui riesce a confessare le difficoltà economiche del figlio. Per risolverle il capitano distrettuale inizia un instancabile viaggio, che costituisce per lui il massimo momento di svolta, fino a giungere all'imperatore. Franz Trotta arriva persino a concedere al figlio di lasciare l'esercito, dopo che questi è stato colpito in una rivolta. La sua vita viene sconvolta dalla morte del figlio, morte che per lui giungerà anni dopo in compagnia del dottor Skowronnek e del ritratto dell'eroe di Solferino.
Lidia Fernandes Pereira, I B, a.s. 2012-2013
Autore
Roth Joseph
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