La vicenda è ambientata in Sicilia, in particolare a Palermo e nelle ville di S. Lorenzo e di Donnafugata, dal maggio 1860 al maggio 1910, con una separazione di vent’anni tra gli ultimi due capitoli.
Il romanzo inizia con la recita del rosario in casa Salina, la villa di S. Lorenzo, dove il principe don Fabrizio viveva con la moglie Maria Stella e i suoi sette figli. Quella sera, prima di cena, passeggiando nell’ampio giardino, il principe si perse in veri pensieri che lo tormentavano, come il ritrovamento, avvenuto qualche mese prima, del cadavere di un soldato oppure il recente incontro con il re. Dopo cena, preso da un impeto di passione, don Fabrizio si diresse a Palermo dalla sua amante Mariannina. Il giorno seguente don Fabrizio incontrò Tancredi Falconeri, suo nipote e pupillo, il quale lo mise al corrente della sua intenzione di unirsi ai garibaldini e combattere con loro. Nonostante l’iniziale disapprovazione del Principe, quest’ultimo poi si lasciò sopraffare dal suo affetto per il nipote e lo lasciò andare. Dopo aver parlato coll’amministratore e aver discusso con padre Pirrone dell’avventura immorale della sera precedente e dei nuovi cambiamenti politici, il Principe pranzò con la famiglia. Nel pomeriggio fu avvisato dello sbarco dei garibaldini a Palermo, tuttavia non si allontanò dalla villa. Solo nell’agosto successivo si trasferì con tutta la famiglia nella villa di Donnafugata, la residenza estiva. Nel frattempo Tancredi e Concetta, una delle figlie di don Fabrizio, avevano cominciato a frequentarsi e tutto lasciava presupporre un fidanzamento. Tuttavia, arrivati a Donnafugata, la famiglia Salina fece conoscenza della bella figlia del sindaco don Calogero Sedara, Angelica, di cui subito Tancredi s’innamorò. Concetta allora, insospettitasi, cominciò a trattarlo aspramente, provando un certo risentimento nei suoi confronti. Qualche mese dopo a Donnafugata ci fu il Plebiscito per votare l’annessione della Sicilia al Regno di Sardegna e, sebbene in seguito si dimostrò che era stato truccato, fu unanime il voto affermativo.
Al Principe piaceva passare le giornate a caccia con un suo servo di fiducia, don Ciccio Tumeo, il quale un giorno prese a raccontargli del sindaco e della sua famiglia, in particolare della moglie, che in realtà non aveva mai visto: venne così a sapere delle origini molto umili e anche poco decorose della madre di Angelica, ma pur sapendo questo, diede il suo consenso quando Tancredi gli scrisse che voleva sposare la figlia. Però, dato che Tancredi era via a causa del suo servizio militare, il Principe Fabrizio dovette chiedere in sua vece la mano di Angelica al padre. Così il fidanzamento fu fatto. Il mese successivo, Tancredi tornò a Donnafugata in compagnia di un suo caro amico, il conte Carlo Cavriaghi, il quale aveva spesso mostrato attenzioni per Concetta, la quale però, ancora innamorata del cugino, non corrispondeva.
Nell’enorme palazzo di Donnafugata, Tancredi e Angelica si divertivano spesso a rincorrersi tra le varie stanze vuote, tuttavia preservando onesto sempre il loro fidanzamento.
Qualche giorno dopo, una sera arrivò a Donnafugata un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley, che era stato incaricato di informare il Principe di Salina che il Re gli avrebbe concesso la carica di senatore del Regno, qualora la accettasse. Tuttavia don Fabrizio, ormai legato al vecchio regime e poco desideroso di immischiarsi in politica, rifiutò garbatamente e consigliò invece il nome di Calogero Sedara per la carica.
Nel frattempo padre Pirrone andò a trovare i suoi familiari nel suo paesino natale. Qui riuscì a risolvere i problemi della nipote, che era rimasta incinta con un lontano cugino di famiglia, con cui però i genitori non avevano buoni rapporti, facendo concludere tutto con il loro matrimonio.
L’anno seguente, nel novembre del 1862, la famiglia Salina fu invitata al ballo dei Ponteleone, vecchi amici di famiglia, dove Angelica sarebbe stata introdotta in società. Tra lo strepito generale di uomini, donne, danze e conversazioni, don Fabrizio si sentì per un attimo sperduto e gli parve di sentirsi mancare. Si ritirò allora nella biblioteca principale, dove si mise ad osservare attentamente un quadro che ritraeva un anziano sul letto di morte. Si perdette così in varie considerazioni riguardo a sé e alla propria condizione, finché non fu interrotto Tancredi e Angelica, la quale gli chiese se potesse ballare un valzer con lei. Il loro ballo attirò l’ammirazione di tutti gli astanti. Dopo di che, la serata passò tranquilla tra altri balli e discussioni.
Così passarono gli anni, fin quando nel luglio del 1883, don Fabrizio Corbera, Principe di Salina non si spense in una camera d’albergo a Palermo, di ritorno da un viaggio a Napoli.
Nel maggio 1910, le tre figlie Concetta, Carolina e Caterina furono costrette a far analizzare le reliquie della propria cappella di famiglia e eliminare quelle false. Infine ritiratasi nella sua stanza, Concetta si fermò a contemplare per un momento il passato, provando prima nostalgia, poi rassegnazione per il modo in cui la sua vita si era svolta.
Commento
In questo libro ciò che spicca maggiormente, e caratterizza inoltre il romanzo, è quell’alone di decadenza che l’autore ha voluto conferirgli, quasi a simboleggiare la fine irrimediabile di un’epoca, e soprattutto attraverso essa delinea l’essenza della classe nobiliare di fine Ottocento.
Sebbene sia scritto un secolo dopo gli anni narrati nel romanzo, l’autore descrive ugualmente con grande realismo la vicenda e l’ambientazione. Anche il modo di suddividere la storia in capitoli che corrispondono a determinati periodi di tempo, non aiuta solo ad avere un senso complessivo dello svolgimento della vicenda, ma anche a focalizzarsi sui protagonisti in ogni momento della loro vita.
Per tutto il romanzo si segue la vita del principe Fabrizio, eppure il libro non termina con la sua morte, ma con un ultimo sguardo sulla sua “discendenza”, vent’anni dopo la sua morte, quasi a sottolineare maggiormente la netta differenza tra la generazione del Principe e quella dei figli. Di fronte al finale del romanzo si può rimanere un po’ perplessi, anche se in fin dei conti è in un certo senso rivelatore. Il romanzo infatti si conclude con un ultimo dettaglio riguardante la vita di Concetta, rimasta ormai (ma forse lo è sempre stata) la vera e unica erede dei Salina: ella ha saputo mantenere alto e degno il nome della sua famiglia, come suo padre prima di lei. Nelle ultime pagine veniamo a conoscenza di un particolare sottile ma molto significativo per i personaggi coinvolti: Tancredi aveva amato veramente Concetta, e, chissà, se lei non si fosse chiusa in quella gelosia orgogliosa, forse Tancredi avrebbe lasciato la bellezza di Angelica, per la tenerezza e la purezza di Concetta, a cui lui era tanto affezionato. Il libro termina, dopo tale elucidazione, con una finale riconciliazione di Concetta con il proprio passato, decisa ormai di accettare rassegnata il modo in cui si sono svolti i fatti, lasciando dunque al finale un retrogusto vagamente amaro, che sottolinea maggiormente quell’atmosfera decadente che ha percorso tutto il romanzo.
Per quanto riguarda i personaggi, indubbiamente il protagonista si rivela essere don Fabrizio, nonostante anche Tancredi e Angelica abbiano un certo rilievo nel corso della narrazione. In questo caso, l’unico vero e proprio antagonista può essere considerata la Storia che si sussegue e va avanti comunque, travolgendo l’umanità con avvenimenti politici e cambiamenti sociali. È quest’ondata di novità (l’arrivo dei Garibaldini, l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia) che mette allo sbaraglio don Fabrizio, il quale comincia allora a riflettere sulla propria esistenza e sull’effetto che la Storia sta avendo su di essa, portandolo spesso a dei momenti di depressione: guardandosi intorno nota che la semplice successione dei fatti nel suo mondo nobiliare faccia capire come di fatto quel mondo sia abbandonato a se stesso, destinato a concludersi grazie semplicemente alla forza d’inerzia della Storia che va avanti da sola. Sono tutti personaggi a sé stanti, tutto ciò che fanno nasce dalle proprie intenzioni o perché spinti dalle varie situazioni che la Storia (a volte intesa quasi come Fato) pone loro davanti, ed ognuno agisce di conseguenza. Eppure scorrendo tutto il romanzo si fa quasi fatica a trovare un personaggio veramente positivo: anche il principe Fabrizio ha i suoi lati negativi, e pure la coppia Tancredi-Angelica, in cui si spera di trovare il vero amore, alla fine ci si rende conto che non sono sinceri l’uno con l’altra.
Lo stile è lineare e scorrevole, anche se a volte si ha l’impressione che venga appesantito dall’autore, caricando ancora una volta quel senso di decadenza del romanzo. Il narratore è esterno, ed essendo a conoscenza degli avvenimenti di tutti i personaggi, spesso dà al lettore qualche anticipazione, anche se implicita, del modo in cui si sarebbero svolti i fatti.
Nel corso del romanzo si trovano molti riferimenti all’Orlando furioso di Ariosto: i nomi dei due giovani innamorati, Tancredi e Angelica, l’entrata “abbagliante” di Angelica per la prima volta in casa Salina, il gioco amoroso tra i due giovani attraverso il labirinto di corridoi e stanze di un’ala abbandonata del palazzo, sono tutti richiami al mondo magico, ma pure spesso ingannevole, dell’Ariosto.
Rispetto al grande film omonimo di Luchino Visconti del 1963, si possono riscontrare alcune differenze riguardo ai tempi dei fatti che non corrispondono con quelli del libro, date soprattutto dai limiti effettivi della durata di un film, oppure la scelta di terminare il film con la scena del ballo che non corrisponde alla fine del libro; tuttavia il regista ha saputo perfettamente ridare alla pellicola tutto ciò che era caratteristico del romanzo, e tra la scelta di un ottimo cast, dell’ambientazione e dei costumi adatti, l’essenza della vicenda è stata fatta sapientemente rivivere.
Maria Pirvu, III BO, a.s. 2015-2016
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Mali Minori
Mali Minori, di SIMONE LENZI (Bari, Laterza 2014) è il libro che ho preferito fra tutti i finalisti del Premio Settembrini 2014. Attraverso brevi ma efficaci racconti, l’infanzia non viene vista più solo come un momento idilliaco nel quale tutto è felice, bensì come un momento che è alla base del successivo sviluppo della vita adulta e che condiziona quindi, a livello inconscio, molte delle scelte più importanti della nostra vita. Ogni piccola sconfitta o difficoltà viene vista come una tragedia, ma anche come un elemento che fa cambiare il modo di affrontare la vita futura, la vita da adulti.
I Mali Minori sono piccoli malintesi come quelli di Carlotta Cini che si vedrà venir meno la vittoria per uno sbaglio di pronuncia, e che la porterà ad intraprendere la carriera di traduttrice, per esprimere esattamente ciò che si voleva dire nei film; oppure le disillusioni natalizie quando non si riceve ciò che si era desiderato; il senso di inadeguatezza di fronte alle aspettative degli adulti; il senso di ribellione per modi di vivere imposti dai genitori, che porteranno ad avere stili di vita completamente diversi dalla famiglia.
Vengono chiamati quindi mali minori, ma non per questo sono meno importanti, anzi rimangono e permangono a condizionarci nel più profondo del nostro cuore, della nostra anima. Rimangono lì nascosti e, appena possono, riaffiorano come un tarlo fastidioso che non riusciamo a scacciare.
Giulia Baldissera, III B, a.s. 2014-2015
Giulia Baldissera, III B, a.s. 2014-2015
Autore
Lenzi Simone
La vita non è in ordine alfabetico
La vita non è in ordine alfabetico , di Andrea Bajani (Torino, Einaudi 2014), è il libro che ho preferito fra tutti i finalisti del Premio Settembrini 2014. È una raccolta di storie brevi, rigorosamente in ordine alfabetico, che condensano una storia in una parola. Ogni racconto seppur corto è ricco di sentimenti e sensibilità e descrive scene di vita comune, in cui qualsiasi lettore può riconoscersi. È come se l’autore riuscisse a leggere nell’animo di tutti e scovare i sogni più reconditi, le paure vissute da bambini o le angosce che ci affliggono nella vita. Il libro apre con una sorta di prefazione, quasi a giustificare la struttura dell’opera con quel suo dipanarsi tra le lettere dell’alfabeto. Anch’essa è un racconto, che ci insegna come accanto al sentimento conviva la ragione, come i nostri pensieri riportati su carta non siano nient’altro che un susseguirsi di lettere, di segni convenzionali capaci, tuttavia, di avere un’anima e di raccontare il nostro pathos con i loro freddi segmenti ascendenti e discendenti appoggiati su un foglio. Mi piace ascoltare come l’autore descrive i pensieri assurdi che affollano la mente di un futuro papà mentre assiste la moglie in travaglio in sala parto. L’incoerenza della mente umana è raccontata con semplicità ed innocenza, quasi a giustificare l’uomo, che invece di immedesimarsi nelle urla delle spinte della moglie, pensa al cane di sua zia acciambellato sotto la sedia del ristorante. La mente dell’uomo è un ingranaggio misterioso senza nessuna regola o formula, un motore incontrollabile, finché il pianto che si rompe tra le gambe della donna non desta il protagonista e gli dice che sua figlia è nata. La lettera “C” cela la confessione di una donna seduta accanto ad un uomo su un sedile del treno. Il bisogno della signora di parlare con qualcuno per raccontare i dolori della sua vita racchiude una delle immagini più poetiche del libro. Da una parte c’è un senso d’impotenza e smarrimento dell’ascoltatore, che non può far altro che offrire la sua attenzione, dall’altra un senso di liberazione e di rassegnazione nella donna, che scende dal treno dimenticando il suo cuore ancora pulsante sul sedile. Questo cuore inferocito e molle non serve più alla signora ma lui, tuttavia, continua a pulsare all’impazzata e sfugge dalle mani dello sventurato ascoltatore come un animale atterrito, che tenta di fuggire alla cattura. Molti racconti sono ricordi d’infanzia, scene di sofferenze adolescenziali o tragedie familiari, tradimenti di coppia. Ce n’è uno in particolare, che ricordo con piacere e che comincia con la lettera “M”. È la storia di un adulto, che con sollievo non si sveglia più di soprassalto come da studente la mattina quando aveva i compiti di francese svolti a metà o quando si trovava a ripetere i verbi alla fermata. La sua vita è ora un susseguirsi di mattine piene d’aria, senza nessun senso d’inadeguatezza, che provava invece a scuola. Ora egli accompagna a scuola suo figlio e in macchina gli spiega che soltanto l’età adulta spazzerà via questo senso di malessere che prova adesso e che è lo stesso che ha provato lui quand’era studente. Eppure, sebbene adulto, basta un innocuo corso di tedesco, fatto per diletto, per girare la clessidra e far ricominciare tutto di nuovo. Ed ecco ancora quel senso di nausea la mattina per quei compiti non finiti, verbi non coniugati, sostantivi non declinati e quella speranza di non essere chiamato dalla professoressa che si aggira tra i banchi. Leggendo questo racconto ho ripensato ai corsi e ricorsi storici, all’eterno ritorno dell’uguale, alla clessidra capovolta che si svuota e si riempie, al pendolo che danza questo eterno movimento e ho pensato alla complessità della vita dell’uomo, ai suoi intrecci di passioni e sentimenti così intensi da vivere, così veloci da descrivere.
Silvia Luka, III B, a.s. 2014-2015
Silvia Luka, III B, a.s. 2014-2015
Autore
Bajani Andrea
L'isola di Arturo
Arturo Gerace è un bambino costretto a crescere e a trascorrere l'infanzia da solo sull'isola di Procida, con l'unica compagnia del cane Immacolatella. La madre di Arturo è morta di parto, mentre il padre, Wilhelm, trascorre gran parte del suo tempo lontano dall'isola. Arturo passa le sue giornate a sognare avventure in luoghi remoti e a fantasticare sulle gloriose imprese che attribuisce a suo padre, aspettando il giorno in cui, come promesso, egli lo porterà in viaggio con sé. Per il ragazzo, questi rappresenta la perfezione ed egli si sforza il più possibile di impressionarlo e di avere la sua ammirazione. La vita di Arturo, però, cambia quando il padre gli annuncia che sposerà una ragazza napoletana, Nunziata, che si trasferirà sull'isola di Procida. Per il ragazzo, la sposa del padre diventa una sorta di rivale nella conquista dell'attenzione e dell'affetto di Wilhelm ed inizia ad averla in odio e a trattarla con disprezzo, nonostante Nunziata si sforzi di essergli amica. Pur essendosi sposato, Wilhelm non smette di intraprendere i suoi viaggi, ed Arturo si ritrova solo con la matrigna, con cui cerca di trascorrere meno tempo possibile.
Presto Nunziata rimane incinta. La notte del parto, Arturo viene svegliato dalle sue urla e si preoccupa che anche la matrigna possa morire, come sua madre. Dopo la nascita del piccolo Carmine-Arturo, Nunziata si dedica completamente al neonato, scatenando la gelosia di Arturo. Egli, infatti, è invidioso del fratellastro che ha tutte le attenzioni di una madre, cosa che lui non ha avuto e soprattutto rimpiange il fatto di non aver mai ricevuto un bacio. Arturo, allora, per attirare su di sé le attenzioni della matrigna, finge un suicidio, grazie a cui riesce a farsi accudire da lei per una settimana, durante la quale matura in lui un forte affetto per la ragazza, tanto che, alla sua guarigione, la bacia. Nunziata, però, lo respinge, divisa tra l'affetto per il figliastro e il suo dovere di sposa e madre. Arturo, allora, per farla ingelosire, intreccia una relazione fisica con Assunta, grazie alla quale capisce la forza del suo sentimento per Nunziata. La relazione, però, ha fine quando Arturo scopre che Assunta riceve altri uomini nella sua casa.
Nel frattempo il padre torna più spesso sull'isola, ma trascorre le sue giornate in casa, evitando la compagnia di chiunque. Arturo scopre che il padre tanta disperatamente di parlare con un carcerato sull'isola, per il quale il ragazzo prova subito odio, che si acuisce quando incontra quest'ultimo nella sua casa. Egli, Tonino Stella, rivela ad Arturo cose sulla vita d Wilhelm che distruggono tutte le sue certezze e illusioni sulla figura del padre. Gli rivela, inoltre, che Wilhelm lo porterà in viaggio con sé dietro compenso. Quando Wilhelm li raggiunge, Arturo litiga con lui e lo accusa di essere un traditore, poiché ha infranto tutte le promesse che gli aveva fatto da bambino, e rifiuta di riconciliarsi il mattino seguente. Dopo la partenza del padre, Arturo confessa il suo amore a Nunziata che lo respinge nuovamente. Il ragazzo allora decide di partire e, incontrato casualmente dopo anno il suo "balio" Silvestro, parte da Procida insieme a lui, lasciandola per sempre.
ANALISI DI UN PERSONAGGIO
Arturo, il protagonista del libro, è un ragazzino moro e grazioso, la cui infanzia sull'isola di Procida è caratterizzata dalla solitudine. Nel corso della vicenda, due personaggi sono fondamentali nella vita di Arturo: il padre, Wilhelm, e la matrigna, Nunziata.
Arturo, fin da piccolo, vede nel padre, spesso in viaggio, una figura che incarna tutte le virtù, le qualità e la perfezione, tanto che persino gli amici del padre meritano ammirazione. In assenza del padre, egli sogna quali imprese eroiche questi stia compiendo e attende il momento in cui potrà salpare assieme a lui. Quando il padre, invece, è presente, Arturo si sforza di dimostrargli di essere alla sua altezza, mostrandogli le sue capacità. Il loro rapporto subisce una svolta con l'arrivo di Nunziata sull'isola. Il ragazzo, infatti, porta una sorta di gelosia nei confronti della matrigna in quanto vede in lei una rivale con cui contendere le attenzioni del padre. Nonostante il matrimonio, i viaggi di Wilhelm non cessano e quando poi si fanno meno frequenti, l'ammirazione di Arturo per lui si trasforma in pietà. Wilhelm, infatti, non solo non dedica più tempo al figlio, ma cerca disperatamente l'attenzione di un carcerato sull'isola. Quando Arturo, poi, incontra l'uomo di persona, la pietà si trasforma in odio e delusione. Si sente, infatti, tradito nel profondo dal padre, che ha infranto i suoi sogni e le sue promesse, e il loro rapporto si rompe del tutto. Mentre il sentimento per il padre si trasforma da positivo in negativo, nei confronti di Nunziata avviene l'opposto. Inizialmente, infatti, Arturo prova grande disprezzo per la matrigna ed evita persino di pronunciare il nome. Egli, inoltre, cerca anche di farsi temere da lui, come lei teme il marito, nel tentativo di assomigliare al padre. La gentilezza e le attenzioni di Nunziata vengono meno alla nascita del piccolo Carmine. Anche in questo caso, Arturo prova una profonda gelosia e comprende l'importanza dell'affetto di una madre e piange la sua sfortuna. Il ragazzo inizia a provare un forte affetto per Nunziata e, nonostante lei lo respinga dopo il suo tentativo di baciarla, si rende conto di amare proprio quella donna che prima tanto disprezzava. Possiamo notare che sia nei confronti del padre che della matrigna, la gelosia di Arturo provoca un mutamento nei suoi sentimenti e nelle sue convinzioni. Infatti Arturo prima ammira il padre, poi ne è geloso ed infine lo disprezza, mentre la cosa opposta accade per Nunziata: prima c'è il disprezzo, poi la gelosia e alla fine l'amore.
Arturo matura grazie ad entrambi i personaggi in quanto sia il "tradimento" del padre, che l'amore respinto di Nunziata lo fanno diventare un uomo, libero spiritualmente, che è in grado di abbandonare tutto ciò che conosce e il luogo dove ha sempre vissuto. L'unico legame con la vita passata è costituito da Silvestro. Questi fonde in sé sia la figura del padre, in quanto è lui che realizza il sogno di Arturo di partire, che quella della madre, dal momento che è stato proprio Silvestro ad accudire il ragazzo.
Lidia Fernandes Pereira, classe III BO, a.s. 2014-2015
Presto Nunziata rimane incinta. La notte del parto, Arturo viene svegliato dalle sue urla e si preoccupa che anche la matrigna possa morire, come sua madre. Dopo la nascita del piccolo Carmine-Arturo, Nunziata si dedica completamente al neonato, scatenando la gelosia di Arturo. Egli, infatti, è invidioso del fratellastro che ha tutte le attenzioni di una madre, cosa che lui non ha avuto e soprattutto rimpiange il fatto di non aver mai ricevuto un bacio. Arturo, allora, per attirare su di sé le attenzioni della matrigna, finge un suicidio, grazie a cui riesce a farsi accudire da lei per una settimana, durante la quale matura in lui un forte affetto per la ragazza, tanto che, alla sua guarigione, la bacia. Nunziata, però, lo respinge, divisa tra l'affetto per il figliastro e il suo dovere di sposa e madre. Arturo, allora, per farla ingelosire, intreccia una relazione fisica con Assunta, grazie alla quale capisce la forza del suo sentimento per Nunziata. La relazione, però, ha fine quando Arturo scopre che Assunta riceve altri uomini nella sua casa.
Nel frattempo il padre torna più spesso sull'isola, ma trascorre le sue giornate in casa, evitando la compagnia di chiunque. Arturo scopre che il padre tanta disperatamente di parlare con un carcerato sull'isola, per il quale il ragazzo prova subito odio, che si acuisce quando incontra quest'ultimo nella sua casa. Egli, Tonino Stella, rivela ad Arturo cose sulla vita d Wilhelm che distruggono tutte le sue certezze e illusioni sulla figura del padre. Gli rivela, inoltre, che Wilhelm lo porterà in viaggio con sé dietro compenso. Quando Wilhelm li raggiunge, Arturo litiga con lui e lo accusa di essere un traditore, poiché ha infranto tutte le promesse che gli aveva fatto da bambino, e rifiuta di riconciliarsi il mattino seguente. Dopo la partenza del padre, Arturo confessa il suo amore a Nunziata che lo respinge nuovamente. Il ragazzo allora decide di partire e, incontrato casualmente dopo anno il suo "balio" Silvestro, parte da Procida insieme a lui, lasciandola per sempre.
ANALISI DI UN PERSONAGGIO
Arturo, il protagonista del libro, è un ragazzino moro e grazioso, la cui infanzia sull'isola di Procida è caratterizzata dalla solitudine. Nel corso della vicenda, due personaggi sono fondamentali nella vita di Arturo: il padre, Wilhelm, e la matrigna, Nunziata.
Arturo, fin da piccolo, vede nel padre, spesso in viaggio, una figura che incarna tutte le virtù, le qualità e la perfezione, tanto che persino gli amici del padre meritano ammirazione. In assenza del padre, egli sogna quali imprese eroiche questi stia compiendo e attende il momento in cui potrà salpare assieme a lui. Quando il padre, invece, è presente, Arturo si sforza di dimostrargli di essere alla sua altezza, mostrandogli le sue capacità. Il loro rapporto subisce una svolta con l'arrivo di Nunziata sull'isola. Il ragazzo, infatti, porta una sorta di gelosia nei confronti della matrigna in quanto vede in lei una rivale con cui contendere le attenzioni del padre. Nonostante il matrimonio, i viaggi di Wilhelm non cessano e quando poi si fanno meno frequenti, l'ammirazione di Arturo per lui si trasforma in pietà. Wilhelm, infatti, non solo non dedica più tempo al figlio, ma cerca disperatamente l'attenzione di un carcerato sull'isola. Quando Arturo, poi, incontra l'uomo di persona, la pietà si trasforma in odio e delusione. Si sente, infatti, tradito nel profondo dal padre, che ha infranto i suoi sogni e le sue promesse, e il loro rapporto si rompe del tutto. Mentre il sentimento per il padre si trasforma da positivo in negativo, nei confronti di Nunziata avviene l'opposto. Inizialmente, infatti, Arturo prova grande disprezzo per la matrigna ed evita persino di pronunciare il nome. Egli, inoltre, cerca anche di farsi temere da lui, come lei teme il marito, nel tentativo di assomigliare al padre. La gentilezza e le attenzioni di Nunziata vengono meno alla nascita del piccolo Carmine. Anche in questo caso, Arturo prova una profonda gelosia e comprende l'importanza dell'affetto di una madre e piange la sua sfortuna. Il ragazzo inizia a provare un forte affetto per Nunziata e, nonostante lei lo respinga dopo il suo tentativo di baciarla, si rende conto di amare proprio quella donna che prima tanto disprezzava. Possiamo notare che sia nei confronti del padre che della matrigna, la gelosia di Arturo provoca un mutamento nei suoi sentimenti e nelle sue convinzioni. Infatti Arturo prima ammira il padre, poi ne è geloso ed infine lo disprezza, mentre la cosa opposta accade per Nunziata: prima c'è il disprezzo, poi la gelosia e alla fine l'amore.
Arturo matura grazie ad entrambi i personaggi in quanto sia il "tradimento" del padre, che l'amore respinto di Nunziata lo fanno diventare un uomo, libero spiritualmente, che è in grado di abbandonare tutto ciò che conosce e il luogo dove ha sempre vissuto. L'unico legame con la vita passata è costituito da Silvestro. Questi fonde in sé sia la figura del padre, in quanto è lui che realizza il sogno di Arturo di partire, che quella della madre, dal momento che è stato proprio Silvestro ad accudire il ragazzo.
Lidia Fernandes Pereira, classe III BO, a.s. 2014-2015
Autore
Morante Elsa
A voce alta - The Reader
BERNHARD SCHLINK, A voce alta - The Reader, Milano, Garzanti 2009, pp.176
La vicenda trattata nel romanzo è ambientata in Germania ed è narrata da Michael Berg. Il racconto inizia durante la sua adolescenza, nel secondo dopoguerra. Egli è un ragazzo molto timido, si ammala spesso e, anche per questo, ha difficoltà ad intrecciare relazioni con gli altri ragazzi. Un giorno, mentre passeggia per la città, il cui nome non viene mai indicato, si sente male e a soccorrerlo è Hanna, una donna di trent'anni che lo invita a casa sua affinchè riprenda le forze. Michael ne è subito attratto, nonostante lui stesso dica di aver visto donne molto più belle. Dopo i primi imbarazzi, essi iniziano la loro storia d'amore e Michael riesce finalmente a vincere la sua timidezza: il rapporto tra i due amanti permette al ragazzo di sentirsi più maturo e di affrontare la vita più serenamente. Egli, però, non sa che Hanna nasconde un passato oscuro. I mesi passano e la loro relazione cresce. Hanna comincia a chiedere a Michael che legga per lei a voce alta i suoi testi scolastici di letteratura antica e contemporanea, tanto che i loro incontri assumono sempre di più la valenza di un vero e proprio rituale: prima di ogni rapporto fisico, Hanna pretende che Michael legga per lei. Egli conosce nuovi ragazzi e finalmente comincia a divertirsi con i suoi coetanei, allontanandosi da Hanna, la quale un giorno sparisce, lasciandolo senza un motivo apparente. I sensi di colpa e le continue riflessioni sull'accaduto accompagnano Michael: il tempo e le ragazze riescono a distrarlo senza mai, però, fargli completamente dimenticare Hanna. La sua vita va avanti ed egli inizia a frequentare la facoltà di Giurisprudenza: siamo ormai negli anni '50 e molti sono i processi aperti a causa dei crimini nazisti. Il gruppo universitario di Michael assiste ad uno di questi processi ed un giorno, incredibilmente, egli riconosce una delle imputate: è Hanna. Durante il dibattimento, Michael viene a sapere che Hanna è una ex guardiana nazista, il cui compito era quello di sorvegliare le donne ebree rinchiuse in un campo di concentramento. Hanna aveva lavorato come operaia negli stabilimenti della Siemens di Berlino e nell'autunno del 1943 era stata arruolata nelle SS: viene ora accusata, insieme ad altre cinque guardiane, della morte di un gruppo di prigioniere che, durante una marcia forzata, erano state rinchiuse in una chiesa che si era incendiata a causa di un bombardamento, bruciandole tutte vive, ad eccezione di una madre e di sua figlia che ora assistono al processo come vittime e testimoni. Durante il processo, Hanna si ostina a dire sempre la verità, anche quando questa risulta per lei dannosa. In lei affiora un continuo senso di colpa che non riesce mai a scacciare: sente la responsabilità di aver eseguito ordini atroci, pur ritenendo di non aver avuto altra scelta. Le altre imputate avvertono la sincerità e l'ingenuità di Hanna e decidono di scaricare su di lei ogni colpa, dichiarando che proprio lei ricopriva il ruolo di comandante e, pertanto, proprio lei aveva redatto il rapporto sull'incendio della chiesa, rapporto da cui era stato istruito il processo. Questa accusa è falsa: il lettore, attraverso l'intuizione di Michael, scopre finalmente il segreto di Hanna. La donna non sa né leggere né scrivere e questa rappresenta la sua più grande vergogna, al punto che ammette di aver scritto quel rapporto pur di non esser sottoposta ad una prova calligrafica. Michael capisce che Hanna è analfabeta e decide di rispettare la sua scelta di tacere, pur sapendola innocente. La donna viene condannata all'ergastolo. Sin dall'inizio della reclusione, Michael riflette molto sull'intera vicenda e comincia ad inviare ad Hanna le registrazioni delle letture che, a voce alta, negli anni lui fa per lei. Hanna, con l'aiuto dei testi trovati nella biblioteca del carcere, impara a leggere e a scrivere. Passano diciotto anni, al termine dei quali alla donna viene data la possibilità di uscire di prigione. L'unica persona che può aiutarla e a cui può essere affidata è lo stesso Michael: nessun altro le è restato accanto e lei non ha parenti né amici. Quando Michael va a prenderla per accompagnarla verso la sua nuova vita è ormai troppo tardi: Hanna si è impiccata. La direttrice del carcere consegna a Michael un biglietto e il piccolo tesoro di risparmi che Hanna ha accumulato durante gli anni della reclusione, lavorando dentro il carcere. Nel biglietto Hanna chiede a Michael di consegnare i soldi risparmiati a colei che ora è l'unica sopravvissuta a quell'incendio. Michael si reca negli Stati Uniti per esaudire le sue volontà, ma si scontra con un rifiuto. Questi risparmi vengono, allora, destinati ad istituzioni ebraiche impegnate nella lotta contro l'analfabetismo.
Il romanzo affronta più tematiche e la prima è quella della responsabilità di eseguire ordini ingiusti. Hanna sa di aver sbagliato, ma è anche consapevole di aver eseguito degli ordini a cui non poteva sottrarsi. Questa tematica sta alla base di tutti i processi condotti per i crimini nazisti e per tutti i crimini commessi contro l'umanità. Hanna sapeva di trovarsi davanti ad un bivio: doveva scegliere se fare la cosa giusta e rischiare di essere punita o obbedire ai suoi superiori. Più volte durante il processo, Hanna chiede al giudice casa avrebbe fatto lui al suo posto e il giudice non dà mai una risposta. La seconda tematica che affiora sempre più chiaramente man mano che la vicenda si sviluppa e si spiega riguarda l'orgoglio di Hanna. A causa del suo analfabetismo, la donna accetta il carcere a vita ed ogni umiliazione, pur di non svelare il suo segreto. Solo quando finalmente impara a leggere e a scrivere, Hanna capisce, ma è ormai troppo tardi: la sua vita è andata interamente sprecata, ha perso ogni significato, si è svuotata. Il lettore resta sconcertato di fronte all'incapacità di Hanna di vincere il proprio orgoglio e di esprimere la propria debolezza e vergogna, incapacità che la lascia nel silenzio e la porta a scegliere addirittura la morte. Il romanzo si svolge attraverso periodi storici diversi, ciascuno dei quali porta con sé particolari sentimenti. Si passa dall'adolescenza e dal sentimento della vita che alberga in essa alla frustrazione dell'uomo, ormai adulto, nel vedere la donna amata così ingiustamente umiliata a causa del suo stesso orgoglio. Partendo dal ricordo di un amore passato si arriva al ricordo di uno dei periodi più bui dell'umanità, un periodo storico che ha visto lo sterminio di milioni di persone e di cui, purtroppo, non ci si ricorda mai abbastanza. Il ricordo è il patrimonio più importante che a noi uomini resta dello scorrere degli eventi, anche dei più tragici, perché ci permette di imparare dagli errori e di migliorarci.
Vieri Borin, I BO, a.s. 2013-2014
La vicenda trattata nel romanzo è ambientata in Germania ed è narrata da Michael Berg. Il racconto inizia durante la sua adolescenza, nel secondo dopoguerra. Egli è un ragazzo molto timido, si ammala spesso e, anche per questo, ha difficoltà ad intrecciare relazioni con gli altri ragazzi. Un giorno, mentre passeggia per la città, il cui nome non viene mai indicato, si sente male e a soccorrerlo è Hanna, una donna di trent'anni che lo invita a casa sua affinchè riprenda le forze. Michael ne è subito attratto, nonostante lui stesso dica di aver visto donne molto più belle. Dopo i primi imbarazzi, essi iniziano la loro storia d'amore e Michael riesce finalmente a vincere la sua timidezza: il rapporto tra i due amanti permette al ragazzo di sentirsi più maturo e di affrontare la vita più serenamente. Egli, però, non sa che Hanna nasconde un passato oscuro. I mesi passano e la loro relazione cresce. Hanna comincia a chiedere a Michael che legga per lei a voce alta i suoi testi scolastici di letteratura antica e contemporanea, tanto che i loro incontri assumono sempre di più la valenza di un vero e proprio rituale: prima di ogni rapporto fisico, Hanna pretende che Michael legga per lei. Egli conosce nuovi ragazzi e finalmente comincia a divertirsi con i suoi coetanei, allontanandosi da Hanna, la quale un giorno sparisce, lasciandolo senza un motivo apparente. I sensi di colpa e le continue riflessioni sull'accaduto accompagnano Michael: il tempo e le ragazze riescono a distrarlo senza mai, però, fargli completamente dimenticare Hanna. La sua vita va avanti ed egli inizia a frequentare la facoltà di Giurisprudenza: siamo ormai negli anni '50 e molti sono i processi aperti a causa dei crimini nazisti. Il gruppo universitario di Michael assiste ad uno di questi processi ed un giorno, incredibilmente, egli riconosce una delle imputate: è Hanna. Durante il dibattimento, Michael viene a sapere che Hanna è una ex guardiana nazista, il cui compito era quello di sorvegliare le donne ebree rinchiuse in un campo di concentramento. Hanna aveva lavorato come operaia negli stabilimenti della Siemens di Berlino e nell'autunno del 1943 era stata arruolata nelle SS: viene ora accusata, insieme ad altre cinque guardiane, della morte di un gruppo di prigioniere che, durante una marcia forzata, erano state rinchiuse in una chiesa che si era incendiata a causa di un bombardamento, bruciandole tutte vive, ad eccezione di una madre e di sua figlia che ora assistono al processo come vittime e testimoni. Durante il processo, Hanna si ostina a dire sempre la verità, anche quando questa risulta per lei dannosa. In lei affiora un continuo senso di colpa che non riesce mai a scacciare: sente la responsabilità di aver eseguito ordini atroci, pur ritenendo di non aver avuto altra scelta. Le altre imputate avvertono la sincerità e l'ingenuità di Hanna e decidono di scaricare su di lei ogni colpa, dichiarando che proprio lei ricopriva il ruolo di comandante e, pertanto, proprio lei aveva redatto il rapporto sull'incendio della chiesa, rapporto da cui era stato istruito il processo. Questa accusa è falsa: il lettore, attraverso l'intuizione di Michael, scopre finalmente il segreto di Hanna. La donna non sa né leggere né scrivere e questa rappresenta la sua più grande vergogna, al punto che ammette di aver scritto quel rapporto pur di non esser sottoposta ad una prova calligrafica. Michael capisce che Hanna è analfabeta e decide di rispettare la sua scelta di tacere, pur sapendola innocente. La donna viene condannata all'ergastolo. Sin dall'inizio della reclusione, Michael riflette molto sull'intera vicenda e comincia ad inviare ad Hanna le registrazioni delle letture che, a voce alta, negli anni lui fa per lei. Hanna, con l'aiuto dei testi trovati nella biblioteca del carcere, impara a leggere e a scrivere. Passano diciotto anni, al termine dei quali alla donna viene data la possibilità di uscire di prigione. L'unica persona che può aiutarla e a cui può essere affidata è lo stesso Michael: nessun altro le è restato accanto e lei non ha parenti né amici. Quando Michael va a prenderla per accompagnarla verso la sua nuova vita è ormai troppo tardi: Hanna si è impiccata. La direttrice del carcere consegna a Michael un biglietto e il piccolo tesoro di risparmi che Hanna ha accumulato durante gli anni della reclusione, lavorando dentro il carcere. Nel biglietto Hanna chiede a Michael di consegnare i soldi risparmiati a colei che ora è l'unica sopravvissuta a quell'incendio. Michael si reca negli Stati Uniti per esaudire le sue volontà, ma si scontra con un rifiuto. Questi risparmi vengono, allora, destinati ad istituzioni ebraiche impegnate nella lotta contro l'analfabetismo.
Il romanzo affronta più tematiche e la prima è quella della responsabilità di eseguire ordini ingiusti. Hanna sa di aver sbagliato, ma è anche consapevole di aver eseguito degli ordini a cui non poteva sottrarsi. Questa tematica sta alla base di tutti i processi condotti per i crimini nazisti e per tutti i crimini commessi contro l'umanità. Hanna sapeva di trovarsi davanti ad un bivio: doveva scegliere se fare la cosa giusta e rischiare di essere punita o obbedire ai suoi superiori. Più volte durante il processo, Hanna chiede al giudice casa avrebbe fatto lui al suo posto e il giudice non dà mai una risposta. La seconda tematica che affiora sempre più chiaramente man mano che la vicenda si sviluppa e si spiega riguarda l'orgoglio di Hanna. A causa del suo analfabetismo, la donna accetta il carcere a vita ed ogni umiliazione, pur di non svelare il suo segreto. Solo quando finalmente impara a leggere e a scrivere, Hanna capisce, ma è ormai troppo tardi: la sua vita è andata interamente sprecata, ha perso ogni significato, si è svuotata. Il lettore resta sconcertato di fronte all'incapacità di Hanna di vincere il proprio orgoglio e di esprimere la propria debolezza e vergogna, incapacità che la lascia nel silenzio e la porta a scegliere addirittura la morte. Il romanzo si svolge attraverso periodi storici diversi, ciascuno dei quali porta con sé particolari sentimenti. Si passa dall'adolescenza e dal sentimento della vita che alberga in essa alla frustrazione dell'uomo, ormai adulto, nel vedere la donna amata così ingiustamente umiliata a causa del suo stesso orgoglio. Partendo dal ricordo di un amore passato si arriva al ricordo di uno dei periodi più bui dell'umanità, un periodo storico che ha visto lo sterminio di milioni di persone e di cui, purtroppo, non ci si ricorda mai abbastanza. Il ricordo è il patrimonio più importante che a noi uomini resta dello scorrere degli eventi, anche dei più tragici, perché ci permette di imparare dagli errori e di migliorarci.
Vieri Borin, I BO, a.s. 2013-2014
Autore
Schlink Bernhard
La chimera
Antonia è un'orfanella che vive nella casa di carità di San Michele di Novara e viene allevata dalle suore. Lasciata sul torno in una fredda notte di gennaio quando era ancora in fasce, Antonia cresce e diventa la più bella di tutte le esposte della Pia Casa ma allo stesso tempo viene continuamente punita tanto che una volta viene addirittura rinchiusa in una piccola grotta buia assieme a Rosalina, un'esposta di poco più grande di lei costretta a sposarsi con un panettiere che abusa di lei e la obbliga a prostituirsi. All'età di dieci anni l'orfanella viene adottata da una coppia di contadini, i coniugi Nidasio, che la portano nella loro a casa a Zardino, un paesino molto povero poco distante da Novara. Una volta arrivata, Antonia conosce diversi personaggi tra i quali il parroco Don Michele che esercita tale carica pur non avendo la licenza: egli infatti aveva come unico interesse quello di arricchirsi vendendo unguenti, predizioni e altri aneddoti che incantano il popolo e coltivare bachi da seta all'interno della chiesa. Con l'arrivo della primavera la giovane nota la presenza dei risaroli, uomini di umili condizioni che lavoravano stagionalmente nelle risaie, e viene colpita dalla loro sofferenza e disperazione tanto da chiedere spiegazioni all'amica Teresina. In seguito Antonia viene accusata di stregoneria dal nuovo parroco, Don Teresio, il quale narra al Sant'Uffizio alcuni fatti che riguardano la giovane esposta e che avevano destato negli abitanti di Zardino molti sospetti. L'orfanella infatti aveva fatto amicizia con Biagio, il servo delle sorelle Borghesini, che si era innamorato follemente di lei al punto che Antonia era stata accusata di averlo sedotto e fatto impazzire grazie alla stregoneria. Inoltre, ciò che più aveva scandalizzato gli abitanti di Zardino e soprattutto Don Teresio,era stato il ballo di Antonia e di un lanzichenecco nella piazza, L''esposta, così, non era stata più ammessa in chiesa, dal momento che egli aveva mancato di rispetto alle chiesa cattolica e per di più era luterano. Infine l'orfanella era stata definitivamente accusata di aver stretto un patto con il Diavolo a causa degli incontri notturni sulla collina con un risarolo, Gasparo, del quale si era perdutamente innamorata: si pensava infatti che lei durante quelle ore facesse degli strani riti diabolici. A questo punto Antonia si presenta in tribunale vestita da sposa con i coniugi Nidasio e, dopo aver dichiarato più volte la sua innocenza, viene costretta a confessare attraverso la tortura per poi infine essere bruciata viva sul rogo l'11 settembre 1610.
Commento di un personaggio: Antonia
Sullo sfondo della realtà complessa della bassa novarese seicentesca, si articola la storia di Antonia, una ragazza come tante che viene abbandonata sul torno la fredda notte di Sant'Antonio. L'appellativo che più risuona all'interno del romanzo è “esposta”, termine con il quale non si identifica solo un'orfana ma soprattutto una figlia del peccato che non è mai stata voluta e che forse era nata da una relazione indesiderata di una donna italiana con un soldato spagnolo. La giovane diventa così una vittima della società del '600 e di una mentalità contorta fondata soprattutto sull'ignoranza e sulla corruzione. Il vero motivo dell'accusa di stregoneria dunque non vengono a essere i fatti di cui parla Don Teresio in tribunale ma piuttosto i pregiudizi che schiacciano Antonia fino a condurla ad una confessione forzata e alla morte per la quale addirittura il popolo festeggia. Un altro motivo che aggrava la situazione è la bellezza dell'orfanella che viene vista come una pericolosa strega seduttrice. Possiamo quindi notare una nuova concezione della femminilità che dal mondo greco fino all'Umanesimo era stata esaltata anche con delle produzioni artistiche come la Venere di Botticelli mentre, a cavallo tra il '500 e il '600, viene usata come pretesto per condannare giovani donne come Antonia. Si può osservare dunque un contrasto tra le figure femminili che arricchiscono ulteriormente il romanzo creando sfumature e differenti punti di vista: vediamo così una donna deformata dal tempo e dal peso delle fatiche e degli anni come Francesca Nidasio, la giovane e bella Antonia che cerca di conoscere il mondo ma viene bloccata da una mentalità eccessivamente rigida che coinvolge non solo l'ambito ecclesiastico ma anche quello popolare, e infine Rosalina, una ragazza costretta a vendere se stessa e il proprio corpo da un marito violento e che condanna i preti e le suore della Pia Casa. Quando Antonia, ancora bambina, viene portata via dalla casa di carità è addirittura stupita e quasi infastidita dall'atteggiamento dei coniugi Nidasio, dalle loro attenzioni e dalla tenerezza, tanto che è impaurita dal cambiamento. Esce così dal suo piccolo mondo circondato da suore, preti e dalla prospettiva di essere promessa in sposa a un uomo indesiderato e un nuovo paesaggio comincia a presentarsi ai suoi grandi occhi scuri, una nuova speranza di avere una vita migliore. La bella orfanella cresce così timida, sempre obbediente ma allo stesso tempo curiosa. Con il tempo si manifestano in lei le sue più grandi qualità, la gentilezza d'animo e la dolcezza, che la caratterizzano in alcuni episodi importanti come gli incontri con Biagio per insegnargli a parlare o il suo atteggiamento di benevolenza nei confronti dei risaroli. Tuttavia spesso e volentieri Antonia viene fraintesa, accusata, umiliata tanto che alla fine si arrende alle torture che hanno segnato tutta la sua esistenza e rimane delusa dalla realtà che la circonda: il suo mondo di sogni, speranze e aspirazioni sparisce e lascia il posto alla sua silenziosa disperazione della morte.
Valentina Tomaselli, II B, a.s. 2013-2014
Commento di un personaggio: Antonia
Sullo sfondo della realtà complessa della bassa novarese seicentesca, si articola la storia di Antonia, una ragazza come tante che viene abbandonata sul torno la fredda notte di Sant'Antonio. L'appellativo che più risuona all'interno del romanzo è “esposta”, termine con il quale non si identifica solo un'orfana ma soprattutto una figlia del peccato che non è mai stata voluta e che forse era nata da una relazione indesiderata di una donna italiana con un soldato spagnolo. La giovane diventa così una vittima della società del '600 e di una mentalità contorta fondata soprattutto sull'ignoranza e sulla corruzione. Il vero motivo dell'accusa di stregoneria dunque non vengono a essere i fatti di cui parla Don Teresio in tribunale ma piuttosto i pregiudizi che schiacciano Antonia fino a condurla ad una confessione forzata e alla morte per la quale addirittura il popolo festeggia. Un altro motivo che aggrava la situazione è la bellezza dell'orfanella che viene vista come una pericolosa strega seduttrice. Possiamo quindi notare una nuova concezione della femminilità che dal mondo greco fino all'Umanesimo era stata esaltata anche con delle produzioni artistiche come la Venere di Botticelli mentre, a cavallo tra il '500 e il '600, viene usata come pretesto per condannare giovani donne come Antonia. Si può osservare dunque un contrasto tra le figure femminili che arricchiscono ulteriormente il romanzo creando sfumature e differenti punti di vista: vediamo così una donna deformata dal tempo e dal peso delle fatiche e degli anni come Francesca Nidasio, la giovane e bella Antonia che cerca di conoscere il mondo ma viene bloccata da una mentalità eccessivamente rigida che coinvolge non solo l'ambito ecclesiastico ma anche quello popolare, e infine Rosalina, una ragazza costretta a vendere se stessa e il proprio corpo da un marito violento e che condanna i preti e le suore della Pia Casa. Quando Antonia, ancora bambina, viene portata via dalla casa di carità è addirittura stupita e quasi infastidita dall'atteggiamento dei coniugi Nidasio, dalle loro attenzioni e dalla tenerezza, tanto che è impaurita dal cambiamento. Esce così dal suo piccolo mondo circondato da suore, preti e dalla prospettiva di essere promessa in sposa a un uomo indesiderato e un nuovo paesaggio comincia a presentarsi ai suoi grandi occhi scuri, una nuova speranza di avere una vita migliore. La bella orfanella cresce così timida, sempre obbediente ma allo stesso tempo curiosa. Con il tempo si manifestano in lei le sue più grandi qualità, la gentilezza d'animo e la dolcezza, che la caratterizzano in alcuni episodi importanti come gli incontri con Biagio per insegnargli a parlare o il suo atteggiamento di benevolenza nei confronti dei risaroli. Tuttavia spesso e volentieri Antonia viene fraintesa, accusata, umiliata tanto che alla fine si arrende alle torture che hanno segnato tutta la sua esistenza e rimane delusa dalla realtà che la circonda: il suo mondo di sogni, speranze e aspirazioni sparisce e lascia il posto alla sua silenziosa disperazione della morte.
Valentina Tomaselli, II B, a.s. 2013-2014
Autore
Vassalli Sebastiano
La ragazza di Bube
Mara Castellucci è una bellissima ragazza di sedici anni che vive a Monteguidi con la madre, il padre e il fratello Vinicio. Un giorno nel piccolo paesino toscano si presenta un partigiano di nome Arturo Cappellini, detto Bube, che desidera conoscere la famiglia di Sante, il fratellastro di Mara, morto durante la Resistenza. Tra i due giovani nasce subito un interesse reciproco che sfocia in un frequente scambio di lettere. A San Donato però Bube e i suoi due compagni, Umberto e Ivan, vengono coinvolti in un omicidio. Era accaduto infatti che un prete aveva impedito loro di entrare in chiesa, probabilmente perché erano comunisti, e i tre avevano reagito protestando con il maresciallo che però si era schierato, insieme al figlio, dalla parte del prete. Così Umberto, spinto dall'ira, aveva messo il prete contro il muro ed era stato ucciso da una pallottola sparata dal maresciallo. Per vendicare l'amico caduto ingiustamente, Ivan aveva ucciso il maresciallo e, a sua volta, Bube aveva rincorso e assassinato il figlio. I due innamorati intraprendono un viaggio in bicicletta verso Volterra, dove Bube viveva con la madre e le sorelle. Durante un tragitto in corriera, una donna riconosce il giovane e, vedendo un prete che aveva collaborato con i nazisti, lo costringe assieme ai presenti a picchiare il sacerdote: Bube infatti è conosciuto nella zona come il “vendicatore”. Una volta arrivato a casa, l'amico Lidori informa il ragazzo che rischia di essere arrestato per l'omicidio e lo accompagna in un capannone fuori città dove trascorre due notti con Mara. A questo punto i due innamorati si dividono nascondendosi l'uno in Francia, l'altra invece tornando a Monteguidi. Trascorsa l'estate Mara decide di andare a lavorare come domestica nella famiglia Poggibonsi e stringe subito amicizia con una compaesana di nome Ines. Una domenica, durante una serata al lunapark con l'amica, Mara conosce Stefano, un ragazzo piuttosto timido con il quale però intreccia una storia d'amore. Dopo un anno, Bube vine costretto al rimpatrio e a Firenze viene condannato a quattordici anni di carcere per l'omicidio. Mara ritorna così sui suoi passi, preferendo stare accanto al fidanzato e interrompendo la relazione con Stefano. Sette anni dopo Mara si reca frequentemente in carcere per vedere Bube in attesa che lui sconti la sua condanna e restandogli fedele. Un giorno la ragazza incontra in treno Stefano e, in un breve dialogo, viene a sapere che lavora a Empoli e si è sposato.
Commento di un personaggio: Mara
Sullo sfondo degli anni confusi del dopoguerra, si delinea la figura di Mara, una ragazza di campagna che come tante è animata dalla speranza di un futuro migliore, diverso, più sereno. E' così costretta a crescere in fretta prendendo coscienza della realtà cercando di affrontarla con la spensieratezza dei suoi sedici anni. La vita tranquilla e slegata dalla politica e dagli avvenimenti che accadono intorno a lei viene improvvisamente sconvolta dall'incontro casuale con Bube, un giovane ragazzo partigiano che invece vive pienamente le difficoltà del suo tempo cercando di affrontarle. Mara viene pertanto travolta dal cambiamento e dalla novità tanto da innamorarsi di quel giovane così semplice e allo stesso tempo diverso. Ecco che i rari periodi che passa assieme a Bube la trasformano facendola passare in poco più di un anno da una ragazzina piena di sogni, di speranze e sognatrice, a una donna matura malgrado la giovane età. Questo suo cambiamento interiore la porterà poi a scegliere l'affetto di Bube e a rinunciare alla passione per Stefano. Mara è così meno serena e spensierata e il suo carattere si indurisce con il tempo rendendola in qualche modo più consapevole del suo essere ormai un'adulta e di dover rendersi conto dei suoi compiti e soprattutto dei suoi doveri. Decide, alla fine, di restare fedele a Bube e di aspettarlo manifestando un amore vero e autentico che mi ricorda molto un passaggio del film “I passi dell'amore” dove si dice, che “L'amore è sempre paziente e gentile, non è mai geloso...L'amore non è mai presuntuoso o pieno di sé, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore. L'amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri ma si delizia della verità. E' sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare e a resistere a qualsiasi tempesta”.
Valentina Tomaselli, II B, a.s. 2013-2014
Commento di un personaggio: Mara
Sullo sfondo degli anni confusi del dopoguerra, si delinea la figura di Mara, una ragazza di campagna che come tante è animata dalla speranza di un futuro migliore, diverso, più sereno. E' così costretta a crescere in fretta prendendo coscienza della realtà cercando di affrontarla con la spensieratezza dei suoi sedici anni. La vita tranquilla e slegata dalla politica e dagli avvenimenti che accadono intorno a lei viene improvvisamente sconvolta dall'incontro casuale con Bube, un giovane ragazzo partigiano che invece vive pienamente le difficoltà del suo tempo cercando di affrontarle. Mara viene pertanto travolta dal cambiamento e dalla novità tanto da innamorarsi di quel giovane così semplice e allo stesso tempo diverso. Ecco che i rari periodi che passa assieme a Bube la trasformano facendola passare in poco più di un anno da una ragazzina piena di sogni, di speranze e sognatrice, a una donna matura malgrado la giovane età. Questo suo cambiamento interiore la porterà poi a scegliere l'affetto di Bube e a rinunciare alla passione per Stefano. Mara è così meno serena e spensierata e il suo carattere si indurisce con il tempo rendendola in qualche modo più consapevole del suo essere ormai un'adulta e di dover rendersi conto dei suoi compiti e soprattutto dei suoi doveri. Decide, alla fine, di restare fedele a Bube e di aspettarlo manifestando un amore vero e autentico che mi ricorda molto un passaggio del film “I passi dell'amore” dove si dice, che “L'amore è sempre paziente e gentile, non è mai geloso...L'amore non è mai presuntuoso o pieno di sé, non è mai scortese o egoista, non si offende e non porta rancore. L'amore non prova soddisfazione per i peccati degli altri ma si delizia della verità. E' sempre pronto a scusare, a dare fiducia, a sperare e a resistere a qualsiasi tempesta”.
Valentina Tomaselli, II B, a.s. 2013-2014
Autore
Cassola Carlo
Lettere a Lucilio
Questo libro è un chiaro esempio di come i classici riescano ad adattarsi ad ogni tempo: ogni suggerimento, ogni invito che Seneca rivolge al destinatario delle sue lettere, Lucilio, può essere adattato alla nostra vita quotidiana; ogni esempio che l'autore sfrutta per esortarci a ricercare la virtù può essere considerato attuale e indipendente dal contesto in cui è applicato, sia esso il foro romano ai tempi dell'impero oppure la società dei giorni nostri.
Secondo Seneca, la vera filosofia, cioè la ricerca della saggezza, non può essere limitata a un'élite di persone, poiché tutta l'umanità è soggetta a problemi simili tra loro: a partire dalla paura di morire, all'avidità, dalla ricerca di amicizia, alla sofferenza e la sfortuna. Egli quindi predica a favore della consapevolezza che questi problemi possono affliggere tutti; bisogna abituarsi all'idea di morire (come sostiene nella famosa lettera in cui afferma il concetto di “cotidie morimur”), all'idea che potremmo avere un colpo di sfortuna, poiché nessuno è esente da questi mali.
L'autore afferma che: “Non è felice l'uomo che è considerato tale dal volgo, colui che è venuto in possesso di grandi ricchezze, ma chi ha ogni suo bene chiuso nel proprio animo, l'uomo retto e magnanimo che calpesta le cose ammirate dagli altri, che non trova nessuno con cui vorrebbe cambiarsi, che apprezza nell'uomo solo quelle qualità per le quali è uomo, che segue gli insegnamenti della natura, ne accetta le leggi e vive com'essa prescrive; colui a cui nessuna violenza riesce a strappare i beni che ha”.
Sicuramente Egli ha vissuto diversi momenti difficili, che spiegano il suo pensiero (per esempio quando, dopo essere divenuto famoso oratore ai tempi di Tiberio, cadde in disgrazia finendo anche esule in Corsica) e quest’opera è probabilmente un insieme di riflessioni di un Seneca vecchio, ormai fuori dalla vita politica, che medita sui mali propri ed altrui; infatti egli conclude ogni lettera con una sentenza, in modo tale da offrire uno spunto per riflettere.
Una cosa che colpisce molto è che tanti aspetti di saggezza che l'autore ci dispensa tramite queste “epistulae” non sono sempre stati il marchio principale della sua vita; infatti egli ha avuto moltissime responsabilità per avvenimenti negativi, che vanno contro ai principi e agli inviti a ricercare la virtù, sostenuti invece in queste pagine.
Nonostante ciò io ho trovato quest'opera molto piacevole da leggere e, benché in qualche misura impegnativa (resta comunque un classico “di spessore”), per nulla pesante o noiosa. Un invito alla riflessione sulle problematiche umane, espresso con parole semplici ed estraneo a sofismi e retorica, che può essere accolto anche dai lettori meno accaniti, o da chi non apprezza i saggi filosofici. La tecnica dell'epistolario, che spezza spesso la narrazione, tra una lettera e l'altra, rende al lettore più piacevole il libro, in quanto quest'ultimo può essere letto in un qualsiasi momento, poiché non richiede molto tempo. Basta infatti una manciata di minuti per leggere una, due, o tre “epistulae”, migliorarsi la giornata, ottenere un insegnamento e avere uno spunto su cui riflettere senza affannarsi per non aver finito un capitolo.
Samuele Lotter, III B, a.s. 2013-2014
Autore
Seneca
La chimera
Zardino non esiste più. Un'onda di stupide credenze popolari sembra aver inghiottito il piccolo villaggio e lasciato spazio ad un'autostrada.
Era un villaggio contadino, tipico del paesaggio padano del primo Seicento, con le sue massaie, i suoi agricoltori, il suo parroco e le sue streghe.
Il romanzo è incentrato su quest'ultima figura; Antonia, il personaggio principale dell'opera, verrà giudicata colpevole di stregoneria.
Antonia era un'esposta: faceva quindi parte di uno degli strati più bassi della società; rappresentava inoltre un mostro secondo i canoni dell'epoca.
Era infatti donna, scura d'occhi, di pelle e di capelli, con un evidentissimo segno di appartenenza al diavolo: i nei, ed uno in particolare sopra il labbro superiore.
Aveva inoltre una incredibile bellezza, ulteriore sfortuna per un'esposta, la cui massima aspirazione era quella di diventare una cameriera di sgradevole aspetto in una famiglia agiata.
Rimase quindi per molti anni nella Pia Casa di Novara, fino a quando una coppia di contadini di Zardino, Bortolo e Francesca Nidasio, la presero e la portarono nella loro casa di campagna. Fin da subito l'esposta venne marchiata dalle comari del paese col nome di 'strega', pur essendo la più mite e dolce di tutte le donne di Zardino. In paese si credeva che in alcune zone ci fossero covi di creature demoniache: le Madri, a nord, creature malvagie che costringevano i passanti a dar loro qualsiasi cosa avessero addosso per placare la loro ira; la Melusia, una strega d'acqua dolce che affogava chi si sporgeva nell'acqua; e poi i dossi maledetti: il dosso dell'albera e quello dei ceppi rossi, teatro di sabba e adorazioni del diavolo. Ma le creature più spaventose si trovavano in paese: le gemelle Borhesini, vecchie, nubili ed estremamente crudeli con il nipote autistico, Biagio; Giuseppe Barbero, uomo dall'aspetto raccapricciante e dalle abitudini più viziose; oppure don Teresio Rabozzi, prete strozzino e malpensante, soprattutto nei riguardi di Antonia ('' -Chi ha ballato con l' Anticristo nella pubblica piazza non potrà più mettere piede in una chiesa-'')
La felicità di Antonia è quindi ostacolata da molti antagonisti. Crescendo, la sua bellezza aumentava, ed il turbamento nei confronti di quella sembravano ''affiorare come in presenza di una colpa''. Biagio, lo 'stulidus Blasius', aveva preso a cuore l'esposta poiché gli aveva insegnato delle parole, e gli stava vicino. Ma il suo amore traboccò in atti di pazzia e molti credettero che fosse posseduto: venne rinchiuso, castrato, rimase tra la vita e la morte per poi vivere esanime. Le gemelle persero così la loro bestia da soma e Antonia ne guadagnò la sua prima accusa al Tribunale della Chiesa. Le altre accuse furono infatti quella di ''eretica pravità'', di fattucchieria, di congiunzione col diavolo, di partecipazione ai sabba, di infanticidio, e di tutte le cose che facevano di essa una 'stria'. Nemmeno una di quelle accuse era vera, ma le dinamiche del processo al Tribunale della Chiesa fecero ammettere il falso ad Antonia, che non riuscì a sopportare ulteriormente le torture, le ingiustizie, gli sberleffi e gli abusi. Antonia, l'angelo maledetto, venne bruciata sul rogo l'11 settembre 1610, a soli vent'anni.
Con lei, dopo poco, scomparve l'intera Zardino, con tutte le sue massaie, i suoi agricoltori, il suo parroco e le sue streghe, quelle vere; tutto sparì, in una Chimera, un'illusione che solo alcuni sognatori riescono a rivivere nel nulla.
La figura di Antonia appare come il Bene personificato: bella, pia, caritatevole, buona e vera; solo al momento del processo mentirà, ma lo farà in buona fede. Ma la sua più grande sfortuna è stata quella di nascere in un'epoca così retrograde, piena d' ipocrisia e fin troppo bigotta. Il potere era in mano alla Chiesa, che aveva anche un'importante ruolo politico e in più, in un periodo straripante di sventure, quali la peste, la carestia, lo spopolamento, la crisi economica, l'unico rifugio che la gente semplice poteva trovare era la Chiesa. Tutte le paure inesistenti (la fiera bestia, le streghe, il porcocane) potevano essere sconfitte dal popolo solo con paternostri e medagliette, nell'illusione che quelle armi divine funzionassero. Infatti soltanto quel tipo di cecità non ha reso possibile il riconoscimento della vera natura di Antonia. Zardino era il risultato, per quanto riguarda la popolazione che ci viveva, di quell'epoca. Ivi la cultura era poca, ed influenzata per la maggior parte dall'ambito ecclesiastico e percepita in modo fuorviante, poiché il diverso non veniva accettato, essendo errore divino e quindi vicino al diavolo, perciò una bellezza inspiegabile come quella di Antonia (l'inquisitore Marini era infatti dell'opinione che un luogo così malsano quale Zardino, che era vicino a una risaia, non potesse che produrre donne non belle) era sicuramente segno del demonio. Era una Chimera. La semplicità umana spesso non fa credere a ciò che vede, e fa pensare quindi che tutto sia causato da qualcosa di più grande, misterioso; perciò, la bellezza di Antonia, la sua rovina, non poteva essere considerata solo tale.
Giovanna Peretti, classe II B, a.s. 2013-2014
Rimase quindi per molti anni nella Pia Casa di Novara, fino a quando una coppia di contadini di Zardino, Bortolo e Francesca Nidasio, la presero e la portarono nella loro casa di campagna. Fin da subito l'esposta venne marchiata dalle comari del paese col nome di 'strega', pur essendo la più mite e dolce di tutte le donne di Zardino. In paese si credeva che in alcune zone ci fossero covi di creature demoniache: le Madri, a nord, creature malvagie che costringevano i passanti a dar loro qualsiasi cosa avessero addosso per placare la loro ira; la Melusia, una strega d'acqua dolce che affogava chi si sporgeva nell'acqua; e poi i dossi maledetti: il dosso dell'albera e quello dei ceppi rossi, teatro di sabba e adorazioni del diavolo. Ma le creature più spaventose si trovavano in paese: le gemelle Borhesini, vecchie, nubili ed estremamente crudeli con il nipote autistico, Biagio; Giuseppe Barbero, uomo dall'aspetto raccapricciante e dalle abitudini più viziose; oppure don Teresio Rabozzi, prete strozzino e malpensante, soprattutto nei riguardi di Antonia ('' -Chi ha ballato con l' Anticristo nella pubblica piazza non potrà più mettere piede in una chiesa-'')
La felicità di Antonia è quindi ostacolata da molti antagonisti. Crescendo, la sua bellezza aumentava, ed il turbamento nei confronti di quella sembravano ''affiorare come in presenza di una colpa''. Biagio, lo 'stulidus Blasius', aveva preso a cuore l'esposta poiché gli aveva insegnato delle parole, e gli stava vicino. Ma il suo amore traboccò in atti di pazzia e molti credettero che fosse posseduto: venne rinchiuso, castrato, rimase tra la vita e la morte per poi vivere esanime. Le gemelle persero così la loro bestia da soma e Antonia ne guadagnò la sua prima accusa al Tribunale della Chiesa. Le altre accuse furono infatti quella di ''eretica pravità'', di fattucchieria, di congiunzione col diavolo, di partecipazione ai sabba, di infanticidio, e di tutte le cose che facevano di essa una 'stria'. Nemmeno una di quelle accuse era vera, ma le dinamiche del processo al Tribunale della Chiesa fecero ammettere il falso ad Antonia, che non riuscì a sopportare ulteriormente le torture, le ingiustizie, gli sberleffi e gli abusi. Antonia, l'angelo maledetto, venne bruciata sul rogo l'11 settembre 1610, a soli vent'anni.
Con lei, dopo poco, scomparve l'intera Zardino, con tutte le sue massaie, i suoi agricoltori, il suo parroco e le sue streghe, quelle vere; tutto sparì, in una Chimera, un'illusione che solo alcuni sognatori riescono a rivivere nel nulla.
La figura di Antonia appare come il Bene personificato: bella, pia, caritatevole, buona e vera; solo al momento del processo mentirà, ma lo farà in buona fede. Ma la sua più grande sfortuna è stata quella di nascere in un'epoca così retrograde, piena d' ipocrisia e fin troppo bigotta. Il potere era in mano alla Chiesa, che aveva anche un'importante ruolo politico e in più, in un periodo straripante di sventure, quali la peste, la carestia, lo spopolamento, la crisi economica, l'unico rifugio che la gente semplice poteva trovare era la Chiesa. Tutte le paure inesistenti (la fiera bestia, le streghe, il porcocane) potevano essere sconfitte dal popolo solo con paternostri e medagliette, nell'illusione che quelle armi divine funzionassero. Infatti soltanto quel tipo di cecità non ha reso possibile il riconoscimento della vera natura di Antonia. Zardino era il risultato, per quanto riguarda la popolazione che ci viveva, di quell'epoca. Ivi la cultura era poca, ed influenzata per la maggior parte dall'ambito ecclesiastico e percepita in modo fuorviante, poiché il diverso non veniva accettato, essendo errore divino e quindi vicino al diavolo, perciò una bellezza inspiegabile come quella di Antonia (l'inquisitore Marini era infatti dell'opinione che un luogo così malsano quale Zardino, che era vicino a una risaia, non potesse che produrre donne non belle) era sicuramente segno del demonio. Era una Chimera. La semplicità umana spesso non fa credere a ciò che vede, e fa pensare quindi che tutto sia causato da qualcosa di più grande, misterioso; perciò, la bellezza di Antonia, la sua rovina, non poteva essere considerata solo tale.
Giovanna Peretti, classe II B, a.s. 2013-2014
Autore
Vassalli Sebastiano
Teresa Raquin
Teresa Raquin è una giovane fanciulla cresciuta con la zia e il cugino Camillo, in una discreta dimora nei pressi di Vernon.
I tre, nella prima fase della loro vita, si sono ritagliati un’esistenza pacifica ma piatta, “ignorando le gioie e i dolori di questo mondo”.
La vita è per loro un susseguirsi di giornate buie e vuote, scosse dalla costante e perpetua malattia del giovane Camillo e dominate dall’ansia e dalle preoccupazioni della madre, che si contende il figlio continuamente con le tenebre.
Teresa, rimasta presto orfana, divide con il cugino le attenzioni e le tenerezze della zia, nonché le sue medicine, come se fosse anch’essa una “bimba malaticcia”.
Trascorre così la sua infanzia e la prima giovinezza nel grigiore e nella desolazione della casa della zia, con la lucida consapevolezza di essere destinata, una volta raggiunti i vent’anni, a unirsi in matrimonio con il cugino. Dopo le nozze, la vita dei due giovani sposi procede inalterata: quella di Camillo sempre con la “immutabile egoistica tranquillità”, quella di Teresa con la sua “abituale dolce indifferenza”.
Qualche giorno dopo il matrimonio, i tre decidono di lasciare Vernon per stabilirsi a Parigi in una misera abitazione situata nel passaggio del Pont Neuf.
La tetra tranquillità della loro nuova esistenza viene improvvisamente scossa e turbata dall’inaspettata visita di Lorenzo, giovane che in passato aveva abitato vicino a Teresa e Camillo e con il quale giocava quando erano bambini.
Lorenzo, in precedenza pittore, giovane parassita posseduto dal solo desiderio dell’ozio, entra a far parte della vita dei giovani e della vecchia Raquin, che lo ricopre di attenzioni e delicatezze, amandolo come un figlio. Sempre ben accetto, il giovane Lorenzo trascorre spesso i pomeriggi a casa Raquin, riprendendo la sua amicizia con Camillo, ma in particolare seducendo Teresa.
I due cominciano, così, la loro storia di amore scabroso e inquietante, l’una spinta dal desiderio di evasione e di ribellione, l’altro riconoscendo in Teresa una persona in grado di garantirgli tranquillità e di concedergli di coronare la sua propensione all’ozio.
Spinti dal desiderio passionale i due giovani amanti concepiscono e portano a termine l’assassinio di Camillo, che viene affogato, gettato da Lorenzo, nella Senna.
Da questo atto brutale e violento ha origine e si consuma il dramma dei due amanti, che, dopo aver prudentemente atteso qualche anno, convoglia a nozze.
La realtà non coincide tuttavia con i loro progetti: Teresa e Lorenzo sono continuamente logorati e straziati dal fantasma di Camillo, che aggiunge alla loro comune prostrazione un’ansia imprecisa e dolorosa. I due sposi non sono più in grado di amarsi come un tempo: l’annegato risuscita continuamente, emerge da quell’acqua, agghiacciando la vita dei due assassini, che vivono ora in uno stato di perpetuo terrore.
Col tempo Teresa e Lorenzo, ormai del tutto consapevoli dell’insuccesso della loro unione, diventavano sempre più sospettosi l’uno nei confronti dell’altra.
I due giovani scorgono davanti a sé ”solo un’infinita distesa di dolore, una conclusione violenta e sinistra.”
Il dramma della loro esistenza si conclude avvelenandosi.
Solo la morte è ormai in grado di porre fine alle insostenibili angosce del loro animo dilaniato.
Teresa e Lorenzo: giovani amanti vittime del loro stesso peccato, artefici del loro tragico destino. Uniti inizialmente da una terribile passione, i due giovani si riducono dopo il matrimonio a tremare degli stessi brividi, e i loro cuori sono destinati a struggersi della stessa angoscia. Dopo la loro tragica comunione, Teresa e Lorenzo dispongono per soffrire e per gioire di un unico corpo e di una sola anima. L’inquietante passione, che prima li univa, si trasforma, dopo l’assassinio di Camillo, in terribile sofferenza assai diversa da quanto auspicato inizialmente dai giovani amanti. Il matrimonio, successivo al delitto, unisce gli sposi in un “orribile abbraccio in cui il desiderio è sostituito dal terrore e dalla sofferenza”. Non più passione e amore ma solo ansia e preoccupazione. L’annegato, ogni notte, riappare e si sdraia accanto ai due giovani, procurando loro i sogni più terribili. Teresa e Lorenzo sono logorati dall’incessante preoccupazione di essere scoperti del loro delitto, denunciati dalla loro vittima rinvigorita dalla forza, dalla potenza delle tenebre ed eternata da quella morte terribile. E’ proprio Camillo, quel giovane sofferente e malaticcio, il vincitore di questa lotta, colui che trascinerà presto negli abissi del terrore i giovani amanti, dopo aver reso impossibile la loro vita immersa in un perpetuo stato di dolore angosciante e di sofferenza. Teresa e Lorenzo dovranno così riconoscere esplicitamente che il loro matrimonio è l’inevitabile castigo del loro delitto e che l’ampiezza vertiginosa di quell’egoismo, che li ha spinti all’assassinio per soddisfare la reciproca bramosia, altro non li ha condotti che ad una esistenza desolata e intollerabile.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Teresa e Lorenzo: giovani amanti vittime del loro stesso peccato, artefici del loro tragico destino. Uniti inizialmente da una terribile passione, i due giovani si riducono dopo il matrimonio a tremare degli stessi brividi, e i loro cuori sono destinati a struggersi della stessa angoscia. Dopo la loro tragica comunione, Teresa e Lorenzo dispongono per soffrire e per gioire di un unico corpo e di una sola anima. L’inquietante passione, che prima li univa, si trasforma, dopo l’assassinio di Camillo, in terribile sofferenza assai diversa da quanto auspicato inizialmente dai giovani amanti. Il matrimonio, successivo al delitto, unisce gli sposi in un “orribile abbraccio in cui il desiderio è sostituito dal terrore e dalla sofferenza”. Non più passione e amore ma solo ansia e preoccupazione. L’annegato, ogni notte, riappare e si sdraia accanto ai due giovani, procurando loro i sogni più terribili. Teresa e Lorenzo sono logorati dall’incessante preoccupazione di essere scoperti del loro delitto, denunciati dalla loro vittima rinvigorita dalla forza, dalla potenza delle tenebre ed eternata da quella morte terribile. E’ proprio Camillo, quel giovane sofferente e malaticcio, il vincitore di questa lotta, colui che trascinerà presto negli abissi del terrore i giovani amanti, dopo aver reso impossibile la loro vita immersa in un perpetuo stato di dolore angosciante e di sofferenza. Teresa e Lorenzo dovranno così riconoscere esplicitamente che il loro matrimonio è l’inevitabile castigo del loro delitto e che l’ampiezza vertiginosa di quell’egoismo, che li ha spinti all’assassinio per soddisfare la reciproca bramosia, altro non li ha condotti che ad una esistenza desolata e intollerabile.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Autore
Zola Emile
Canone inverso
Vienna al tramonto del secolo scorso.
Un distinto signore di età ormai matura acquista all’asta un violino, un raffinato strumento, probabilmente un ultimo esemplare Steiner.
Contemporaneamente un altro uomo, uno scrittore particolarmente interessato allo strumento, offre una lauta somma al nuovo proprietario in cambio del violino. L’anziano signore rifiuta l’offerta e chiede spiegazioni.
Comincia così il racconto del curioso scrittore.
Tutto ha inizio in un’osteria, dove lo scrittore conosce Jeno Varga, violinista ambulante, dotato di uno straordinario talento. Il suo repertorio vastissimo non si addice ad uno sconosciuto dilettante, quale invece è, avvezzo ad esibirsi ai bordi della strada, davanti ad un pubblico da marciapiede. Lo scrittore, attratto dall’artista, gli pone alcune domande sulla sua vita e carriera. Tra i due uomini si intreccia un dialogo, fatto di interrogativi e risposte e di sussurrati perché. I ricordi della vita del violinista si dipanano lungo le righe di un pentagramma, quando entrò al collegium musicum, nicchia per promettenti musicisti, destinati al successo. Qui conosce un coetaneo, un certo Kuno Blau, giovane dotato, appartenente all’aristocrazia, che invita Jeno al suo castello per trascorrere l’estate insieme. Jeno viene a conoscenza di vecchie storie di famiglia, come quella del Barone Gustav Blau, misteriosamente scomparso ed identificato in un cadavere trovato qualche tempo dopo. In quella stessa estate si consuma, però, anche l’amicizia tra i due giovani a causa di alcuni tratti violenti del carattere di Kuno.
Qualche mese dopo, infatti, a Vienna, Jeno è costretto a consegnare a un funzionario di polizia il suo violino, perché denunciato da Kuno di averlo rubato alla famiglia Blau.
Lo scrittore e il violinista continuano il loro dialogo e alla fine il violinista invita il conoscente ad andare a trovarlo al suo paese, ma quando lo scrittore vi si reca, altro non trova che la sua lapide con inciso il nome dell’artista, deceduto molti anni prima.
Il racconto dello scrittore termina così, lasciando l’anziano signore senza risposta ai suoi perché.
Perché tutto questo interesse per il suo violino? E chi è costui che gli ha raccontato questa storia?
E perché quella lapide riportava il nome di Jeno morto anni or sono?
Il mistero viene svelato alla fine del romanzo. L’anziano signore altro non è che il Barone Gustav Blau, erroneamente identificato nella salma di un altro uomo deceduto. In verità lui era fuggito segretamente per pene d’amore, lasciandosi alle spalle la famiglia e le sue nobili origini. Viene successivamente informato, come ultimo discendente della dinastia dei Bau, che il nipote Kuno è morto dopo anni strazianti trascorsi in un istituto psichiatrico. Il giovane soffriva di schizofrenia e sdoppiamento della personalità. Aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita suonando lungo le strade sotto il falso nome di Jeno Varga. La sua follia aveva oramai raggiunto il massimo del delirio e quel dotato violinista, che lo scrittore aveva conosciuto, altro non era che il giovane Kuno.
Al centro del racconto un violino, uno strumento attorno al quale ruotano le vite, i sogni, le sconfitte, le passioni dei personaggi di una storia misteriosa e sorprendente. Un violino che viene rubato e gelosamente custodito, che vibra tra le dita di due musicisti dotati e che finisce tra le mani di un anziano signore, ignaro della gelosia che ha scatenato le corde di quello strumento. Per Jeno quel violino è il custode di tutti i suoi sogni, la speranza di una vita di musicista, il riscatto di un’esistenza mediocre, un successo da dedicare al padre mai conosciuto. Per Kuno quel violino è la scintilla che scatena la sua follia. E’ come se si misurasse con l‘amico e ne temesse la bravura e le sue doti; è come se mettesse in dubbio le sue qualità di musicista. Kuno riesce ad emergere soltanto schiacciando il suo amico, strappandogli dalle mani quel violino, tanto agognato, ma forse senza una vera ragione. Forse quel violino non ha neppure le caratteristiche per essere così desiderato, ma è soltanto la chiave della follia di Kuno. Per Jeno, invece, quel violino accresce la sua passione per la musica, è il custode delle sue speranze. L’amore per la musica e per il violino, quel violino, si manifestano fin dall’infanzia e segnano l’intera esistenza del ragazzo. Punito da un destino avverso e forse soffocato dal suo stesso talento, il giovane Jeno muore senza lasciare traccia di sé nel mondo della musica. Parallela scorre, invece, la vita di Kuno, unito a Jeno, dapprima da una forte amicizia, laceratasi, poi, forse a causa dell’insorgere della sua infermità mentale. Eppure la fine dell’amicizia tra i due giovani non cancella il ricordo in Kuno del suo ex amico Jeno. Anzi, ne assorbe completamente la memoria al punto di sdoppiare la sua malata personalità e vivere a fasi alterne l’esistenza di entrambi. Ecco, quindi, il vero Kuno e subito dopo il falso Jeno. Due personalità diverse ma accostate dalla passione per la musica, due estrazioni sociali agli antipodi, ma legati sempre da quello stesso violino. I due giovani alla fine del racconto muoiono, mentre il violino rimane ancora in circolazione. Con i giovani soccombono le angherie e ingiustizie della vita, trionfano la passione, le ambizioni, la musica. Quella stessa musica, che ha accompagnato i due ragazzi lungo tutta la trama del racconto, diventa, però, in qualche modo, una forza oscura e tenebrosa, che conduce a una sorta di schiavitù e di delirio, per cui lo stesso Kuno affermerà che “i musicisti sono la stirpe di Caino”.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Al centro del racconto un violino, uno strumento attorno al quale ruotano le vite, i sogni, le sconfitte, le passioni dei personaggi di una storia misteriosa e sorprendente. Un violino che viene rubato e gelosamente custodito, che vibra tra le dita di due musicisti dotati e che finisce tra le mani di un anziano signore, ignaro della gelosia che ha scatenato le corde di quello strumento. Per Jeno quel violino è il custode di tutti i suoi sogni, la speranza di una vita di musicista, il riscatto di un’esistenza mediocre, un successo da dedicare al padre mai conosciuto. Per Kuno quel violino è la scintilla che scatena la sua follia. E’ come se si misurasse con l‘amico e ne temesse la bravura e le sue doti; è come se mettesse in dubbio le sue qualità di musicista. Kuno riesce ad emergere soltanto schiacciando il suo amico, strappandogli dalle mani quel violino, tanto agognato, ma forse senza una vera ragione. Forse quel violino non ha neppure le caratteristiche per essere così desiderato, ma è soltanto la chiave della follia di Kuno. Per Jeno, invece, quel violino accresce la sua passione per la musica, è il custode delle sue speranze. L’amore per la musica e per il violino, quel violino, si manifestano fin dall’infanzia e segnano l’intera esistenza del ragazzo. Punito da un destino avverso e forse soffocato dal suo stesso talento, il giovane Jeno muore senza lasciare traccia di sé nel mondo della musica. Parallela scorre, invece, la vita di Kuno, unito a Jeno, dapprima da una forte amicizia, laceratasi, poi, forse a causa dell’insorgere della sua infermità mentale. Eppure la fine dell’amicizia tra i due giovani non cancella il ricordo in Kuno del suo ex amico Jeno. Anzi, ne assorbe completamente la memoria al punto di sdoppiare la sua malata personalità e vivere a fasi alterne l’esistenza di entrambi. Ecco, quindi, il vero Kuno e subito dopo il falso Jeno. Due personalità diverse ma accostate dalla passione per la musica, due estrazioni sociali agli antipodi, ma legati sempre da quello stesso violino. I due giovani alla fine del racconto muoiono, mentre il violino rimane ancora in circolazione. Con i giovani soccombono le angherie e ingiustizie della vita, trionfano la passione, le ambizioni, la musica. Quella stessa musica, che ha accompagnato i due ragazzi lungo tutta la trama del racconto, diventa, però, in qualche modo, una forza oscura e tenebrosa, che conduce a una sorta di schiavitù e di delirio, per cui lo stesso Kuno affermerà che “i musicisti sono la stirpe di Caino”.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Autore
Maurensig Paolo
La caverna
LA CAVERNA
Cipriano Algor è un vasaio di sessantaquattro anni, che produce, assieme alla figlia Marta, stoviglie di creta da vendere al centro, luogo economicamente vivace e pulsante, dove lavora come guardiano anche il genero Marçal Gacho. La sua tranquilla e ripetitiva vita quotidiana viene improvvisamente scossa nel momento in cui il centro rifiuta la sua solita fornitura di stoviglie, preferendo acquistare nuovi prodotti dai materiali più moderni ed economici. Il vasaio si trova, così, costretto a confrontarsi con le avversità della vita ma in particolare con quell’entità misteriosa e disumana, con quel centro, che rappresenta il freddo e avido consumismo di mercato. Saramago, autore del libro, pone l’accento sul contrasto fra l’umanità del protagonista del racconto, Cipriano Algor, che vive in un mondo ingenuo e la buia realtà della società di mercato del centro. E’ un modo del tutto personale per rivisitare il mito platonico della caverna. Cipriano Algor, intenzionato a proseguire la sua attività di vasaio, trova rimedio alla situazione, decidendo di produrre delle statuine di creta su cui egli investe tutte le sue speranze. Il centro, però, rifiuta il nuovo prodotto e allora il vasaio, senza più un lavoro, decide di trasferirsi assieme alla figlia e al genero in centro, lo stesso luogo che aveva disprezzato e rifiutato i suoi prodotti. La vita del centro, orizzonte di infiniti destini, non offre tuttavia quella serenità e quella gioia che sembrava promettere. La vita dei tre personaggi risulta, al contrario, rattristata e spenta da quel grigiore del centro, che dilaga giorno dopo giorno. Evento culminante, che segnerà la repentina ma ferma decisione di Cipriano Algor di abbandonare il centro, è la scoperta di una voragine, di una sorta di caverna all’interno della quale ci sono dei morti. Il vasaio, riconoscendosi in quei corpi privi di vita immersi nel buio della caverna, si allontana dal centro per tornare da dove era venuto, seguito dalla figlia e dal genero. Lasciato quel mondo di effimere parvenze, quel centro fatto di leggi di mercato e consumi, Cipriano Algor e la sua famiglia si allontanano alla ricerca di un nuovo luogo dove vivere e lavorare, nella speranza di ricrearsi un’esistenza a dimensione umana. Intanto in centro vengono esposti dei manifesti che annunciano l’imminente apertura al pubblico della caverna di Platone: attrazione esclusiva, unica al mondo, da non perdere.
Luogo all’apparenza promettente, splendente e ricco, ma allo stesso tempo oscuro, enigmatico e tenebroso: il centro. Qui, dove convergono le vite e i destini di milioni di uomini, sono attirati dalla vana speranza di un futuro migliore gli stessi protagonisti del romanzo di Saramago. Dal luogo tranquillo da cui provenivano, essi si trovano improvvisamente immersi in una nuova realtà, che in principio sembra in grado di offrire loro ogni tranquillità ed agio. Il loro ingresso al centro non coincide, tuttavia, con l’inizio di un’esistenza più prospera. Essi si trovano, invece, costretti a “confrontarsi con una situazione peggiore, quella di guardarsi le mani e saper che non servono a niente, quella di guardare l’orologio e saper che l’ora successiva sarà uguale alla presente, quella di pensare al domani e saper che sarà altrettanto vuoto dell’oggi”. Saramago illustra così la situazione deplorata e deplorevole in cui vivono gli uomini del centro, prigionieri della caverna platonica, che non conoscono le cose stesse ma solo le loro immagini e ombre evanescenti. Il male dell’umanità degli abitanti del centro inizia proprio quando gli uomini trasformano in idoli reali quelli che sono riflessi soggettivi e sensibili delle cose, identificando gli oggetti reali con le loro visioni. E’ proprio questo il pericolo in cui incorre l’intera umanità, minacciata, aggredita e influenzata da quella vita caotica imposta dal centro, termine che riecheggia con ossessiva insistenza nel corso del romanzo. Il protagonista Cipriano Algor è il primo ad accorgersi dell’errore di cui rischia di essere vittima, quello di confondere le ombre con la realtà, sovrapporre le immagini imposte dai cartelloni pubblicitari alla vita reale, diventando così uno dei tanti prigionieri della caverna. La rassegnazione per il presente dell’anziano vasaio e le mancate aspettative per un futuro incerto non sono sufficienti a fargli dimenticare quel mondo illuminato dalla reale luce del sole, in cui viveva prima. La lucida consapevolezza dell’esistenza di un mondo migliore lo spingerà a liberarsi dalle catene e ad allontanarsi dalla caverna alla ricerca di una vita autentica.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Cipriano Algor è un vasaio di sessantaquattro anni, che produce, assieme alla figlia Marta, stoviglie di creta da vendere al centro, luogo economicamente vivace e pulsante, dove lavora come guardiano anche il genero Marçal Gacho. La sua tranquilla e ripetitiva vita quotidiana viene improvvisamente scossa nel momento in cui il centro rifiuta la sua solita fornitura di stoviglie, preferendo acquistare nuovi prodotti dai materiali più moderni ed economici. Il vasaio si trova, così, costretto a confrontarsi con le avversità della vita ma in particolare con quell’entità misteriosa e disumana, con quel centro, che rappresenta il freddo e avido consumismo di mercato. Saramago, autore del libro, pone l’accento sul contrasto fra l’umanità del protagonista del racconto, Cipriano Algor, che vive in un mondo ingenuo e la buia realtà della società di mercato del centro. E’ un modo del tutto personale per rivisitare il mito platonico della caverna. Cipriano Algor, intenzionato a proseguire la sua attività di vasaio, trova rimedio alla situazione, decidendo di produrre delle statuine di creta su cui egli investe tutte le sue speranze. Il centro, però, rifiuta il nuovo prodotto e allora il vasaio, senza più un lavoro, decide di trasferirsi assieme alla figlia e al genero in centro, lo stesso luogo che aveva disprezzato e rifiutato i suoi prodotti. La vita del centro, orizzonte di infiniti destini, non offre tuttavia quella serenità e quella gioia che sembrava promettere. La vita dei tre personaggi risulta, al contrario, rattristata e spenta da quel grigiore del centro, che dilaga giorno dopo giorno. Evento culminante, che segnerà la repentina ma ferma decisione di Cipriano Algor di abbandonare il centro, è la scoperta di una voragine, di una sorta di caverna all’interno della quale ci sono dei morti. Il vasaio, riconoscendosi in quei corpi privi di vita immersi nel buio della caverna, si allontana dal centro per tornare da dove era venuto, seguito dalla figlia e dal genero. Lasciato quel mondo di effimere parvenze, quel centro fatto di leggi di mercato e consumi, Cipriano Algor e la sua famiglia si allontanano alla ricerca di un nuovo luogo dove vivere e lavorare, nella speranza di ricrearsi un’esistenza a dimensione umana. Intanto in centro vengono esposti dei manifesti che annunciano l’imminente apertura al pubblico della caverna di Platone: attrazione esclusiva, unica al mondo, da non perdere.
Luogo all’apparenza promettente, splendente e ricco, ma allo stesso tempo oscuro, enigmatico e tenebroso: il centro. Qui, dove convergono le vite e i destini di milioni di uomini, sono attirati dalla vana speranza di un futuro migliore gli stessi protagonisti del romanzo di Saramago. Dal luogo tranquillo da cui provenivano, essi si trovano improvvisamente immersi in una nuova realtà, che in principio sembra in grado di offrire loro ogni tranquillità ed agio. Il loro ingresso al centro non coincide, tuttavia, con l’inizio di un’esistenza più prospera. Essi si trovano, invece, costretti a “confrontarsi con una situazione peggiore, quella di guardarsi le mani e saper che non servono a niente, quella di guardare l’orologio e saper che l’ora successiva sarà uguale alla presente, quella di pensare al domani e saper che sarà altrettanto vuoto dell’oggi”. Saramago illustra così la situazione deplorata e deplorevole in cui vivono gli uomini del centro, prigionieri della caverna platonica, che non conoscono le cose stesse ma solo le loro immagini e ombre evanescenti. Il male dell’umanità degli abitanti del centro inizia proprio quando gli uomini trasformano in idoli reali quelli che sono riflessi soggettivi e sensibili delle cose, identificando gli oggetti reali con le loro visioni. E’ proprio questo il pericolo in cui incorre l’intera umanità, minacciata, aggredita e influenzata da quella vita caotica imposta dal centro, termine che riecheggia con ossessiva insistenza nel corso del romanzo. Il protagonista Cipriano Algor è il primo ad accorgersi dell’errore di cui rischia di essere vittima, quello di confondere le ombre con la realtà, sovrapporre le immagini imposte dai cartelloni pubblicitari alla vita reale, diventando così uno dei tanti prigionieri della caverna. La rassegnazione per il presente dell’anziano vasaio e le mancate aspettative per un futuro incerto non sono sufficienti a fargli dimenticare quel mondo illuminato dalla reale luce del sole, in cui viveva prima. La lucida consapevolezza dell’esistenza di un mondo migliore lo spingerà a liberarsi dalle catene e ad allontanarsi dalla caverna alla ricerca di una vita autentica.
Silvia Luka, classe II B, a.s. 2013-2014
Autore
Saramago Josè
Sostiene Pereira
Sostiene Pereira è un romanzo ambientato nella Lisbona salazariana. Il protagonista è un attempato giornalista, il dottor Pereira, che dirige la pagina culturale del Lisboa, un giornale pomeridiano. La vita di Pereira è monotona e abitudinaria. La sua routine è semplice: lavoro in redazione, pranzo al Caffè Orquidea, ritorno a casa e d abituale colloquio con il ritratto dell’amata moglie defunta. Ma un giorno questa routine viene spezzata; in un caldo pomeriggio, mentre Pereira riflette sulla resurrezione della carne, viene colpito da un interessante articolo di riflessione sulla morte, scritto da un giovane studente di filosofia: Monteiro Rossi. Sarà proprio la giovinezza di Monteiro Rossi a dare una svolta all’apatia di Pereira. Ottiene che il giovane diventi un collaboratore per il Lisboa, con l’incarico di scrivere necrologi su scrittori indicati dallo stesso Pereira. Ma il giovane scrive necrologi su scrittori condannati dal regime, essendo fortemente influenzato da una giovane ragazza con le idee già chiare, di nome Marta. Nonostante quello che scrive, Pereira non lo licenzia, anzi si instaura tra i due un rapporto di amore filiale. Pereira viene così lentamente coinvolto a prendere una posizione sulla situazione politica del suo tempo. Si sente cambiato, decide allora di andare a trovare il suo amico Silva; ma le frivolezze e l’ipocrisia del suo amico non soddisfano Pereira che decide di ritornare subito a Lisbona. Sulla via del ritorno incontra la signora Delgado, che gli confida di essere ebrea e di essere in fuga ed invita Pereira ad agire anche nella sua quotidianità contro il regime. Ritornato a Lisbona decide di prendersi una settimana di riflessione nella clinica talassoterapeutica del Dottor Cardoso. Sarà il Dottor Cardoso parlandogli di una teoria sulla confederazione delle anime a risvegliare il suo senso etico e morale. Al ritorno dalla clinica scopre che Monteiro Rossi è nei guai: suo cugino è ricercato dalla polizia. Passa un po’ di tempo e di Monteiro Rossi non si hanno più notizie, Pereira incomincia intanto la sua Rivoluzione, facendo stampare un racconto di Daudet, intriso di patriottismo francese. Dopo aver ricevuto la telefonata del suo licenziamento a casa di Pereira giunge Monteiro Rossi. Mentre i due stano cenando arriva la polizia che irrompe nella casa catturando Monteiro e infine uccidendolo. Pereira allora pubblicherà i necrologi di Monteiro che aveva conservato , poi fugge in Francia, dove vivrà da intellettuale socialmente impegnato.
Sostiene Pereira è un romanzo storico ambientato nella Lisbona salazariana. Il protagonista è il dottor Pereira. Pereira è un uomo grasso, non più giovane, che soffre di cuore; dopo trent’anni di cronaca nera si occupa della pagina culturale del Lisboa. Vedovo dell’amata moglie morta di tubercolosi, non ha figli. Pereira è inoltre un uomo legato al passato, che sembra voler sfuggire al presente, come se lui fosse in realtà già morto. Infatti colloquia con il ritratto della moglie, raccontando la sua giornata , come se lei potesse rispondergli con quel suo sorriso fuggevolmente dipinto. “ Non so in che mondo vivo disse Pereira al ritratto, […] il problema è che ora non faccio altro che pensare alla morte, mi pare che tutto il modo attorno a me sia morto […]”. È proprio in una di queste riflessioni sulla morte , che grazie ad un articolo di giornale conoscerà Monteiro Rossi. Ma la giovinezza di Monteiro Rossi travolgerà Pereira, egli infatti fa parte di un gruppo di giovani oppositori al regime. Pereira da uomo mediocre, che cerca di non prendere mai una posizione, si trasformerà in un intellettuale attivo nella propria vita sociale e politica. Fin da subito tra i due si instaura un amore filiale, la lenta metamorfosi di Pereira nell’incontro con il Dottor Cardoso. Pereira, si trova sempre indeciso tra la paura del cambiamento e il rifugio nel passato; perciò cerca conforto nella clinica del Dottor Cardoso, che diventerà suo amico e riuscirà a portare Pereira ad una rinascita: “ lei è in conflitto con se stesso in questa battaglia che si sta agitando nella sua anima […] Ma io sono quello che sono la mia vita trascorsa, le memorie di Coimbra e di mia moglie, di me cosa resterebbe? L’elaborazione del lutto […] ha bisogno di vivere nel presente […] lei vive proiettato nel passato, lei è qui come se fosse a Coimbra trent’ anni fa “. Pereira si trova dinanzi alla realtà: deve fare qualcosa, deve informare la gente di ciò che sta succedendo, attraverso ciò che ha di più caro: la letteratura. La narrazione è abbastanza scorrevole, ma a tratti lenta a causa della ripetizione della frase “ sostiene Pereira”. Il narratore è esterno, e attraverso la ripetizione di questa frase sembra raccontare la vicenda come se si fosse dinanzi ad un tribunale; ma è proprio attraverso questo ritornello che si riesce a capire che Pereira dovrà sostenere ciò che ha fatto di fronte ad un tribunale d’ eccellenza, quello della letteratura, perché è attraverso di essa che egli riuscì ad opporsi ad una realtà crudele.
Baldissera Giulia, classe II BO, a.s. 2013-2014
Sostiene Pereira è un romanzo storico ambientato nella Lisbona salazariana. Il protagonista è il dottor Pereira. Pereira è un uomo grasso, non più giovane, che soffre di cuore; dopo trent’anni di cronaca nera si occupa della pagina culturale del Lisboa. Vedovo dell’amata moglie morta di tubercolosi, non ha figli. Pereira è inoltre un uomo legato al passato, che sembra voler sfuggire al presente, come se lui fosse in realtà già morto. Infatti colloquia con il ritratto della moglie, raccontando la sua giornata , come se lei potesse rispondergli con quel suo sorriso fuggevolmente dipinto. “ Non so in che mondo vivo disse Pereira al ritratto, […] il problema è che ora non faccio altro che pensare alla morte, mi pare che tutto il modo attorno a me sia morto […]”. È proprio in una di queste riflessioni sulla morte , che grazie ad un articolo di giornale conoscerà Monteiro Rossi. Ma la giovinezza di Monteiro Rossi travolgerà Pereira, egli infatti fa parte di un gruppo di giovani oppositori al regime. Pereira da uomo mediocre, che cerca di non prendere mai una posizione, si trasformerà in un intellettuale attivo nella propria vita sociale e politica. Fin da subito tra i due si instaura un amore filiale, la lenta metamorfosi di Pereira nell’incontro con il Dottor Cardoso. Pereira, si trova sempre indeciso tra la paura del cambiamento e il rifugio nel passato; perciò cerca conforto nella clinica del Dottor Cardoso, che diventerà suo amico e riuscirà a portare Pereira ad una rinascita: “ lei è in conflitto con se stesso in questa battaglia che si sta agitando nella sua anima […] Ma io sono quello che sono la mia vita trascorsa, le memorie di Coimbra e di mia moglie, di me cosa resterebbe? L’elaborazione del lutto […] ha bisogno di vivere nel presente […] lei vive proiettato nel passato, lei è qui come se fosse a Coimbra trent’ anni fa “. Pereira si trova dinanzi alla realtà: deve fare qualcosa, deve informare la gente di ciò che sta succedendo, attraverso ciò che ha di più caro: la letteratura. La narrazione è abbastanza scorrevole, ma a tratti lenta a causa della ripetizione della frase “ sostiene Pereira”. Il narratore è esterno, e attraverso la ripetizione di questa frase sembra raccontare la vicenda come se si fosse dinanzi ad un tribunale; ma è proprio attraverso questo ritornello che si riesce a capire che Pereira dovrà sostenere ciò che ha fatto di fronte ad un tribunale d’ eccellenza, quello della letteratura, perché è attraverso di essa che egli riuscì ad opporsi ad una realtà crudele.
Baldissera Giulia, classe II BO, a.s. 2013-2014
Autore
Tabucchi Antonio
La marcia di Radetzky
Questo libro narra la storia del crollo dell'impero austro-ungarico attraverso gli occhi di tre generazioni della famiglia Trotta.
La storia inizia nel 1859 con la battaglia di Solferino, durante la quale il sottotenente di fanteria Joseph Trotta salva la vita all'imperatore Francesco Giuseppe e ne riceve in ricompensa il titolo nobiliare. La vita di Trotta prosegue con regolare tranquillità finché non scopre che il suo gesto nella battaglia di Solferino è stato esaltato a tal punto da renderlo immeritatamente un eroe, l' "Eroe di Solferino". Offeso dalla bugia, dopo aver parlato con l'imperatore, lascia l'esercito.
La vicenda si sposta sul figlio, Franz Trotta, capitano distrettuale. Anch'egli svolge una vita monotona, ripetitiva, legata alla fedeltà per l'impero. Quando però il vecchio servitore Jacques viene a mancare, la vita di Franz Trotta subisce una svolta ed egli diventa più "umano".
Infine il protagonista della storia diventa Carl Joseph, sottotenente, il quale soffre per il confronto con il nonno. Carl Joseph, nonostante la giovane età, è il personaggio che più ha "vissuto". Egli, infatti, ha avuto due relazioni amorose con donne sposate e più vecchie, ha subito la perdita di un grande amico, ha contratto debiti di gioco ed è stato costretto a militare durante la Grande Guerra, subito dopo aver rassegnato le dimissioni come sottotenente.
ANALISI DI UN PERSONAGGIO
Fin dall'inizio la vita del capitano distrettuale Franz Trotta è stata caratterizzata dall'obbedienza e dalla fedeltà: segue le decisioni del padre, lavora con meticolosità, è fedele all'imperatore. Svolge, dunque, una vita monotona e meccanica e non sembra avere un particolare rapporto d'affetto con il figlio Carl Joseph. Sembra una persona chiusa alle novità ma probabilmente questo è dato dall'ambiente in cui ha sempre vissuto. Con la morte del fedele servitore Jacques, Franz si sente "perso" e la sua vita subisce una notevole svolta. Lascia così la sua casa e le sue abitudini e parte per far visita al figlio, trasferito in una regione di confine con la Russia. Durante questo soggiorno l'affetto che il padre prova per il figlio si fa più evidente e l'idea di un crollo e di una fine dell'impero trova spazio nella mente del capitano distrettuale. Franz Trotta inizia a vivere le vecchie abitudini con uno spirito differente e i cambiamenti nella sua vita vengono registrati con un po' di irritazione. In lui c'è la volontà di ritornare alle abitudini originali ma ormai il cambiamento è stato troppo grande per fingere che non sia accaduto. Una novità è l'incontrarsi per una partita a scacchi con il dottor Skowronnek, persona che egli considera un amico. Solo a lui riesce a confessare le difficoltà economiche del figlio. Per risolverle il capitano distrettuale inizia un instancabile viaggio, che costituisce per lui il massimo momento di svolta, fino a giungere all'imperatore. Franz Trotta arriva persino a concedere al figlio di lasciare l'esercito, dopo che questi è stato colpito in una rivolta. La sua vita viene sconvolta dalla morte del figlio, morte che per lui giungerà anni dopo in compagnia del dottor Skowronnek e del ritratto dell'eroe di Solferino.
Lidia Fernandes Pereira, I B, a.s. 2012-2013
ANALISI DI UN PERSONAGGIO
Fin dall'inizio la vita del capitano distrettuale Franz Trotta è stata caratterizzata dall'obbedienza e dalla fedeltà: segue le decisioni del padre, lavora con meticolosità, è fedele all'imperatore. Svolge, dunque, una vita monotona e meccanica e non sembra avere un particolare rapporto d'affetto con il figlio Carl Joseph. Sembra una persona chiusa alle novità ma probabilmente questo è dato dall'ambiente in cui ha sempre vissuto. Con la morte del fedele servitore Jacques, Franz si sente "perso" e la sua vita subisce una notevole svolta. Lascia così la sua casa e le sue abitudini e parte per far visita al figlio, trasferito in una regione di confine con la Russia. Durante questo soggiorno l'affetto che il padre prova per il figlio si fa più evidente e l'idea di un crollo e di una fine dell'impero trova spazio nella mente del capitano distrettuale. Franz Trotta inizia a vivere le vecchie abitudini con uno spirito differente e i cambiamenti nella sua vita vengono registrati con un po' di irritazione. In lui c'è la volontà di ritornare alle abitudini originali ma ormai il cambiamento è stato troppo grande per fingere che non sia accaduto. Una novità è l'incontrarsi per una partita a scacchi con il dottor Skowronnek, persona che egli considera un amico. Solo a lui riesce a confessare le difficoltà economiche del figlio. Per risolverle il capitano distrettuale inizia un instancabile viaggio, che costituisce per lui il massimo momento di svolta, fino a giungere all'imperatore. Franz Trotta arriva persino a concedere al figlio di lasciare l'esercito, dopo che questi è stato colpito in una rivolta. La sua vita viene sconvolta dalla morte del figlio, morte che per lui giungerà anni dopo in compagnia del dottor Skowronnek e del ritratto dell'eroe di Solferino.
Lidia Fernandes Pereira, I B, a.s. 2012-2013
Autore
Roth Joseph
La marcia di Radetzky
La marcia di Radetzky narra la storia del giovane tenente Trotta impegnato sul campo di battaglia di Solferino. Un giorno d’estate, con un gesto casuale e spontaneo di combattente, il soldato salva la vita all’imperatore Francesco Giuseppe, che stava per essere raggiunto da un colpo di fucile nemico, e ne rimane ferito. L’imperatore lo nomina barone per riconoscenza, nobilita il suo cognome con il prefisso “von” e lo promuove nell’esercito. Da quel momento il destino di un modesto sergente di origini contadine muta per sempre e con lui anche quello dei suoi discendenti. Il suo comportamento in battaglia viene descritto come gesto eroico nei libri di storia, eppure egli non lo riconosce tale e non accetta di essere nobilitato gratuitamente. Ricevuto a colloquio dall’imperatore egli sceglie di rinunciare al suo ruolo di eroe abbandonando l’esercito.
La storia continua e si concentra poi sulla vita del figlio del sergente Joseph: Franz. Questo è un commissario distrettuale, fedele servitore dello Stato: la sua vita è monotona e ripetitiva, è attaccato morbosamente al suo lavoro e nutre un sentimento di estrema fiducia verso l’impero e i valori asburgici. Come il padre Joseph, anche Franz rimane vedovo con un figlio solo, anch’egli sottotenente nell’esercito austriaco. E’ proprio Carl, figlio del commissario Franz e nipote dell’eroe Joseph a dare un taglio diverso al racconto, intriso di rettitudine e fedeltà. La sua vita scorre parallela a quella del suo eroico nonno, senza mai riuscire ad essere all’altezza delle sue gloriose gesta. Anch’egli appartiene all’esercito, eppure nella sua vita non mancano avventure amorose, ubriacature, comportamenti che di certo non fanno onore alla memoria dell’ormai defunto antenato. Carl accumula pesanti debiti di gioco e per questo il padre Franz si reca a colloquio dall’imperatore Francesco Giuseppe per salvarlo. La decisione di lasciare l’esercito prima dello scoppio della grande guerra e il ritorno al fronte per combattere contro il nemico segnano la fine della vita abulica di Carl. Egli muore nel grigiore di uno squallido giorno al fronte; la morte arriva per caso, senza aver mai combattuto, senza aver mai visto il nemico contro il quale s’era preparato per tutta la sua vita. Egli cade non impugnando un’arma, bensì due secchi d’acqua, mentre la banda tambureggia la marcia di Radetzky. Fino all’ultimo respiro la presenza di suo nonno e l’inevitabile confronto: il coraggio di un eroe, da un lato, l’abulica vita di un soldato per caso, dall’altra.
Commento La marcia di Radetzky ripercorre la storia della famiglia Trotta attraverso tre generazioni. Non esiste un personaggio principale: la vita del nonno, del padre e del nipote si intrecciano e si separano, si uniscono e si scontrano lungo tutto il racconto. Forte ed incisivo è il contrasto tra Franz, figlio dell’eroe e Carl, nipote di Joseph. Le loro esperienze sottolineano il passaggio tra un secolo e l’altro, il cambiamento dei valori in cui credere: il padre Franz appartiene ancora a quella società austriaca robusta e solida, è un fervente sostenitore dell’Impero; Carl è invece disilluso, turbato, vorrebbe credere, ma non ci riesce. Pur essendo anch’egli servitore dell’imperatore, avverte lo sbriciolamento di un mondo su cui non trova sostegno: ecco allora la ricerca e il bisogno di nuove certezze, di nuovi rifugi come l’alcol, il gioco, le avventure trasgressive. Carl è un uomo moderno, appartiene ad una società che sta sbocciando all’albeggiare del nuovo secolo, ma è soprattutto un soldato per caso. L’appartenenza all’esercito è puramente casuale, un rito, una scelta dovuta, una manifestazione esteriore e vuota, in cui non riesce a trovare senso alcuno. Carl è soldato come il nonno, eppure l’unico vero erede dell’eroe di Solferino è Franz, suo padre. Egli non appartiene all’esercito, ma serve lo Stato come viceprefetto e dona il suo unico figlio all’imperatore. Rimane per sempre fedele alla patria, anche se poi, proprio alla fine del romanzo, si capisce che l’unica cosa che lo lega a Francesco Giuseppe è la vecchiaia. Ora che sono ambedue al tramonto della vita, non c’è più nessuna distanza tra loro. Francesco Giuseppe è un vecchio stanco di vivere, un anziano troppo debole che vorrebbe essere caduto già a Solferino; Franz è l’unico testimone dei fasti dell’impero asburgico, ma la morte del figlio gli ha strappato l’unico alito di vita che da uomo anziano era riuscito a conservare. Su di essi gravita lo stesso destino, la morte li ha ormai adocchiati e la differenza gerarchica, che separava i due uomini di allora, lascia il posto oggi al desiderio comune di abbassare il sipario e di porre fine alla commedia. La notizia della morte del figlio non coglie Franz alla sprovvista, è come se l’aspettasse da sempre. Le ultime pagine dell’epilogo sono profondamente toccanti e talvolta inquietanti. Il vecchio Franz si spoglia di quell’uniforme che aveva sempre indossato, ripete a tutti che suo figlio è morto. Non è morto da eroe, non è caduto valorosamente, non sa neppure se ne valesse la pena, ma comunque è morto. Franz conosce per caso l’infermiera von Taussig all’ospedale psichiatrico e scopre essere stata l’amante di suo figlio. Ora coglie che le sue scappatelle, le sue divagazioni amorose non erano stupidi guai e capisce che darebbe qualsiasi cosa purché suo figlio ne avesse ancora di quelle avventure! Il giovane Carl vive costantemente di suo nonno. Spesso ripensa al ritratto dell’eroe di Solferino che si perdeva nell’ombra del soffitto della casa paterna. E’ lo stesso ritratto che accompagna anche la vita di Franz fine alla fine dei suoi giorni. E’ l’ultima e forse l’unica cosa che gli serve per saltare il confine ed approdare sulla sponda opposta alla vita. L’immagine di quell’eroe per caso segna l’inizio dell’esistenza di Franz, pesa sulle spalle del nipote, aleggia costantemente nelle menti dei due eredi. Forse il nonno, pur non essendolo in battaglia, è stato un eroe in vita, un esempio di rettitudine e di onestà che ha plasmato figlio e nipote a volte schiacciandoli involontariamente sotto il peso del confronto.
Silvia Luka, I B, a.s. 2012-2013
La storia continua e si concentra poi sulla vita del figlio del sergente Joseph: Franz. Questo è un commissario distrettuale, fedele servitore dello Stato: la sua vita è monotona e ripetitiva, è attaccato morbosamente al suo lavoro e nutre un sentimento di estrema fiducia verso l’impero e i valori asburgici. Come il padre Joseph, anche Franz rimane vedovo con un figlio solo, anch’egli sottotenente nell’esercito austriaco. E’ proprio Carl, figlio del commissario Franz e nipote dell’eroe Joseph a dare un taglio diverso al racconto, intriso di rettitudine e fedeltà. La sua vita scorre parallela a quella del suo eroico nonno, senza mai riuscire ad essere all’altezza delle sue gloriose gesta. Anch’egli appartiene all’esercito, eppure nella sua vita non mancano avventure amorose, ubriacature, comportamenti che di certo non fanno onore alla memoria dell’ormai defunto antenato. Carl accumula pesanti debiti di gioco e per questo il padre Franz si reca a colloquio dall’imperatore Francesco Giuseppe per salvarlo. La decisione di lasciare l’esercito prima dello scoppio della grande guerra e il ritorno al fronte per combattere contro il nemico segnano la fine della vita abulica di Carl. Egli muore nel grigiore di uno squallido giorno al fronte; la morte arriva per caso, senza aver mai combattuto, senza aver mai visto il nemico contro il quale s’era preparato per tutta la sua vita. Egli cade non impugnando un’arma, bensì due secchi d’acqua, mentre la banda tambureggia la marcia di Radetzky. Fino all’ultimo respiro la presenza di suo nonno e l’inevitabile confronto: il coraggio di un eroe, da un lato, l’abulica vita di un soldato per caso, dall’altra.
Commento La marcia di Radetzky ripercorre la storia della famiglia Trotta attraverso tre generazioni. Non esiste un personaggio principale: la vita del nonno, del padre e del nipote si intrecciano e si separano, si uniscono e si scontrano lungo tutto il racconto. Forte ed incisivo è il contrasto tra Franz, figlio dell’eroe e Carl, nipote di Joseph. Le loro esperienze sottolineano il passaggio tra un secolo e l’altro, il cambiamento dei valori in cui credere: il padre Franz appartiene ancora a quella società austriaca robusta e solida, è un fervente sostenitore dell’Impero; Carl è invece disilluso, turbato, vorrebbe credere, ma non ci riesce. Pur essendo anch’egli servitore dell’imperatore, avverte lo sbriciolamento di un mondo su cui non trova sostegno: ecco allora la ricerca e il bisogno di nuove certezze, di nuovi rifugi come l’alcol, il gioco, le avventure trasgressive. Carl è un uomo moderno, appartiene ad una società che sta sbocciando all’albeggiare del nuovo secolo, ma è soprattutto un soldato per caso. L’appartenenza all’esercito è puramente casuale, un rito, una scelta dovuta, una manifestazione esteriore e vuota, in cui non riesce a trovare senso alcuno. Carl è soldato come il nonno, eppure l’unico vero erede dell’eroe di Solferino è Franz, suo padre. Egli non appartiene all’esercito, ma serve lo Stato come viceprefetto e dona il suo unico figlio all’imperatore. Rimane per sempre fedele alla patria, anche se poi, proprio alla fine del romanzo, si capisce che l’unica cosa che lo lega a Francesco Giuseppe è la vecchiaia. Ora che sono ambedue al tramonto della vita, non c’è più nessuna distanza tra loro. Francesco Giuseppe è un vecchio stanco di vivere, un anziano troppo debole che vorrebbe essere caduto già a Solferino; Franz è l’unico testimone dei fasti dell’impero asburgico, ma la morte del figlio gli ha strappato l’unico alito di vita che da uomo anziano era riuscito a conservare. Su di essi gravita lo stesso destino, la morte li ha ormai adocchiati e la differenza gerarchica, che separava i due uomini di allora, lascia il posto oggi al desiderio comune di abbassare il sipario e di porre fine alla commedia. La notizia della morte del figlio non coglie Franz alla sprovvista, è come se l’aspettasse da sempre. Le ultime pagine dell’epilogo sono profondamente toccanti e talvolta inquietanti. Il vecchio Franz si spoglia di quell’uniforme che aveva sempre indossato, ripete a tutti che suo figlio è morto. Non è morto da eroe, non è caduto valorosamente, non sa neppure se ne valesse la pena, ma comunque è morto. Franz conosce per caso l’infermiera von Taussig all’ospedale psichiatrico e scopre essere stata l’amante di suo figlio. Ora coglie che le sue scappatelle, le sue divagazioni amorose non erano stupidi guai e capisce che darebbe qualsiasi cosa purché suo figlio ne avesse ancora di quelle avventure! Il giovane Carl vive costantemente di suo nonno. Spesso ripensa al ritratto dell’eroe di Solferino che si perdeva nell’ombra del soffitto della casa paterna. E’ lo stesso ritratto che accompagna anche la vita di Franz fine alla fine dei suoi giorni. E’ l’ultima e forse l’unica cosa che gli serve per saltare il confine ed approdare sulla sponda opposta alla vita. L’immagine di quell’eroe per caso segna l’inizio dell’esistenza di Franz, pesa sulle spalle del nipote, aleggia costantemente nelle menti dei due eredi. Forse il nonno, pur non essendolo in battaglia, è stato un eroe in vita, un esempio di rettitudine e di onestà che ha plasmato figlio e nipote a volte schiacciandoli involontariamente sotto il peso del confronto.
Silvia Luka, I B, a.s. 2012-2013
Autore
Roth Joseph
La marcia di Radetzky
Questa storia inizia con un salvataggio, più precisamente con quello dell’imperatore Francesco Giuseppe I alla battaglia di Solferino ad opera dello sloveno sottotenente di fanteria, discendente di contadini del villaggio di Sipolje, Joseph Trotta che, buttatolo a terra, riceve un proiettile destinato all’imperatore, guadagnandosi così la sua eterna gratitudine (insieme al grado di capitano e all’Ordine di Maria Teresa) e diventando il barone Trotta von Sipolje. Dopo aver salutato per l’ultima volta il vecchio padre, ex-brigadiere e ora guardiano del parco del castello di Laxenburg, aveva sposato la nipote del suo colonnello. Era poi invano ricorso all’imperatore in persona per rimuovere da un manuale scolastico un brano di lettura sulla battaglia di Solferino e sull’azione da lui compiuta per salvare Francesco Giuseppe, patriotticamente “gonfiato”.
Egli allora si congeda dall’esercito con il grado di maggiore e va a lavorare nella tenuta di suo suocero dove, dopo aver assistito al funerale del padre e alla morte della moglie, rimane assieme al figlio Franz. Egli poi manda quest’ultimo in collegio a Vienna e dispone perché studi legge. Costui, procurato all’eroe di Solferino uno splendido ritratto, opera dell’amico Moser, diventa commissario distrettuale a W. e vede crescere il figlio, Carl Joseph, che, tra la scuola dei cadetti di cavalleria e le vacanze estive a casa del padre (monotonamente caratterizzate da esami sulla sua preparazione culturale, pranzi domenicali con sempre lo stesso menu serviti dalla signorina Hirschwitz sulle note della “Marcia di Radetzky”, cordiali chiacchierate con il maestro Nechwal, direttore della banda militare esecutrice della stessa, e incontri di focoso amore con la moglie del brigadiere Slama), diventa sottotenente e, dopo aver rincontrato con il padre lo squattrinato pittore Moser a Vienna e aver fatto le condoglianze al brigadiere per la moglie defunta (ricevendo dalle mani di costui le lettere scrittele), prende servizio in caserma a Moravia, ottenendo un attendente, Onufrij, la possibilità di partecipare alle serate degli ufficiali (prima il circolo e poi il bordello di zia Resi) e un amico, il medico del reggimento Max Demant, nipote di un imponente oste ebreo e sposato con una donna che non lo ama, il quale però muore in un duello insieme al suo avversario, il capitano Tattenbach, reo di aver malignato sul fatto che, all’uscita dal teatro, costei si sia fatta accompagnare a casa da Carl Joseph. Quest’ultimo, sentendosi tremendamente in colpa, si fa trasferire alla frontiera, nel battaglione dei Cacciatori, dove conosce il conte Chojnicki, bizzarro riccone amante delle feste e dell’allegria (per le quali è sempre pronto ad offrire il suo castello come sede) che continua a ripetere che la fine dell’impero è vicina, come quella dell’imperatore, turbando fortemente il padre di Carl Joseph, che è andato a trovare quest’ultimo a seguito della morte del vecchio domestico, Jacques. Dopo aver conosciuto i brividi del gioco d’azzardo e aver sperimentato sulla sua pelle il suicidio di un conoscente per i debiti provocati da esso e il rischio di esser denunciato lui stesso per il medesimo motivo (prontamente fugato dall’intercessione del vecchio padre presso l’imperatore e dalla generosità di costui), il giovane sottotenente intrattiene un rapporto di amore con una donna più vecchia di lui ma ancora bella, la signora von Taussig, e viene incaricato di controllare, intervenendo con le armi se necessario, uno sciopero di operai della manifattura delle setole: il giovane dà ordine di sparare alla folla, che grida e agita i pugni, ma viene colpito alla testa da un’arma. Nel frattempo il padre è invecchiato e ha trovato un amico e compagno di scacchi nel dottor Skowronnek, che lo convince a lasciare maggior libertà al figlio, dopo aver ricevuto da questo una lettera dove si richiede la sua approvazione perché possa lasciare l’esercito. Il giovane Trotta non fa però in tempo a godersi la sua vita nuova, come stipendiato del conte Chojnicki, che subito scoppia la Grande Guerra (in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo) ed è richiamato. Muore sotto il fuoco nemico, mentre cerca di prendere acqua da un pozzo per i suoi soldati, assetati. Il vecchio padre, Franz von Trotta, si reca a Schönbrunn, dove dalle campane apprende della morte dell’imperatore e torna a casa, affranto. Lì, si corica e spira. Il dottor Skowronnek, fedele amico, dopo aver assistito al suo funerale, va al caffè dove solevano giocare a scacchi ogni giorno e inizia una partita contro se stesso, mentre la pioggia scorre sui vetri.
COMMENTO
Come nel caso della Signorina Else di Schnitzler, non avevo mai letto prima un romanzo di Roth, però (a differenza della Signorina Else) posso dire che questo mi è piaciuto abbastanza: nonostante in molti punti io abbia trovato il linguaggio usato un po’ complesso e mi sia capitato spesso, durante la narrazione, di continuare a leggere uno stesso periodo per più volte senza accorgermi di quel che leggevo, ho apprezzato lo stile raffinato e colto di Roth, che alterna lunghe descrizioni a riflessioni interiori presentando tuttavia un crudo susseguirsi di avvenimenti. Interessante la creazione di tre protagonisti, uno per ciascuna generazione dei Trotta: non facevo in tempo ad immedesimarmi in uno che Roth mi presentava il figlio (ammetto di aver provato un segreto piacere nell’aver conosciuto, anche se per poche pagine, l’eroe di Solferino mentre leggevo del fatto che il nipote non lo avesse mai conosciuto e di lui non avesse che un quadro). Riconosco che l’autore ha saputo rappresentare molto efficacemente l’inizio della fine dell’impero asburgico, ma non è riuscito ad intaccare la rispettabilissima “vecchia guardia” (l’imperatore e il suo salvatore): costretto a leggere pagine sugli sciocchi ufficiali pettegoli, sul bordello di zia Resi e sulla sala da gioco all’albergo Brödnitzer (oltre all’idiozia del giovane Carl Joseph) ho accolto con gioia il capitolo 15, per esempio, interamente dedicato alla figura di Francesco Giuseppe: un uomo vecchio ma intelligentissimo (molto più dei suoi ufficiali di stato maggiore) e che si finge vecchio anche nella mente per poter essere lasciato in pace; un uomo riconoscente, che sa di esser stato salvato da un semplice sottotenente con molto più fegato di coloro che l’avevano portato in prima linea. Spero solo che la penna di Roth si sia mossa su di un tracciato lasciato dalla figura reale dell’imperatore, perché ciò vorrebbe dire che anche in questo nostro mondo ci sono stati ottimi uomini.
Enrico Pinzoni, I B, a.s. 2012-2013
COMMENTO
Come nel caso della Signorina Else di Schnitzler, non avevo mai letto prima un romanzo di Roth, però (a differenza della Signorina Else) posso dire che questo mi è piaciuto abbastanza: nonostante in molti punti io abbia trovato il linguaggio usato un po’ complesso e mi sia capitato spesso, durante la narrazione, di continuare a leggere uno stesso periodo per più volte senza accorgermi di quel che leggevo, ho apprezzato lo stile raffinato e colto di Roth, che alterna lunghe descrizioni a riflessioni interiori presentando tuttavia un crudo susseguirsi di avvenimenti. Interessante la creazione di tre protagonisti, uno per ciascuna generazione dei Trotta: non facevo in tempo ad immedesimarmi in uno che Roth mi presentava il figlio (ammetto di aver provato un segreto piacere nell’aver conosciuto, anche se per poche pagine, l’eroe di Solferino mentre leggevo del fatto che il nipote non lo avesse mai conosciuto e di lui non avesse che un quadro). Riconosco che l’autore ha saputo rappresentare molto efficacemente l’inizio della fine dell’impero asburgico, ma non è riuscito ad intaccare la rispettabilissima “vecchia guardia” (l’imperatore e il suo salvatore): costretto a leggere pagine sugli sciocchi ufficiali pettegoli, sul bordello di zia Resi e sulla sala da gioco all’albergo Brödnitzer (oltre all’idiozia del giovane Carl Joseph) ho accolto con gioia il capitolo 15, per esempio, interamente dedicato alla figura di Francesco Giuseppe: un uomo vecchio ma intelligentissimo (molto più dei suoi ufficiali di stato maggiore) e che si finge vecchio anche nella mente per poter essere lasciato in pace; un uomo riconoscente, che sa di esser stato salvato da un semplice sottotenente con molto più fegato di coloro che l’avevano portato in prima linea. Spero solo che la penna di Roth si sia mossa su di un tracciato lasciato dalla figura reale dell’imperatore, perché ciò vorrebbe dire che anche in questo nostro mondo ci sono stati ottimi uomini.
Enrico Pinzoni, I B, a.s. 2012-2013
Autore
Roth Joseph
La marcia di Radetzky
Joseph von Trotta è un semplice contadino originario di un piccolo villaggio sloveno chiamato Sipolje. Egli, durante la battaglia di Solferino, milita come luogotenente di fanteria e, in una fase della battaglia, riesce a salvare miracolosamente da morte sicura l'imperatore Francesco Giuseppe. Il sovrano, come segno di riconoscenza, gli concede un titolo nobiliare e la più alta di tutte le onorificenze, l'ordine di Maria Teresa. Il capitano conclude poi miseramente la propria esistenza nell'anonimato, richiedendo nel suo testamento un funerale solenne durante il quale venisse suonata la Marcia di Radetzky. Il figlio Franz eredita la grande fama del padre e, dopo aver conseguito una laurea in legge, diventa capitano distrettuale. Auspicando un futuro militare anche per il figlio, Carl Joseph, lo costringe ad arruolarsi. Quest'ultimo, pur non essendo molto brillante negli studi, aiutato dalla fama dell' “eroe di Solferino”, comincia il servizio militare con il ruolo di luogotenente. Prima di essere mandato al fronte, Carl Joseph viene congedato per trascorrere il periodo estivo in compagnia del padre. Il giovane trascorre così le sue giornate tra i dialoghi freddi e formali con il comandante distrettuale, i “colloqui silenziosi” con il ritratto del nonno e gli incontri amorosi adulterini con la signora Slama, moglie di un brigadiere. Poco tempo dopo, durante un viaggio verso Vienna, Franz Trotta comunica al figlio la morte della sua amante ed egli, sconvolto, dopo aver fatto visita al vedovo, entra in servizio nel reggimento degli Ulani. Qui incontra Max Demant con il quale stringe un'amicizia fortissima. Una sera però il medico lascia la moglie Eva sola a teatro prima della fine della rappresentazione e Trotta si sente in dovere di accompagnarla a casa. I due però vengono visti da un gruppo di soldati e cominciano a circolare nel reggimento malevoci che ipotizzano la nascita di una storia d'amore tra Eva e Joseph. Un ufficiale di nome Tattenbach, addirittura, in preda all'ubriachezza, inveisce contro Demant chiamandolo con tono di disprezzo “ebreo” e alludendo al tradimento della moglie. Il medico è costretto a rispondere sfidando Tattenbach a un duello di pistole, al quale nessuno dei due sopravviverà. Trotta, sconvolto per la morte dell'amico, decide di trasferirsi di reggimento e viene mandato in un reggimento al confine con la Russia dove sarà protagonista di una nuova storia d'amore con la signora Tautteng, una donna più anziana di lui che riuscirà ad ammaliarlo. Inoltre il padre viene costretto dai debiti di gioco del figlio, a chiedere udienza all'imperatore per salvare l'onore di Carl che nel frattempo stringe un'altra grande amicizia con il medico Skowronnek. Conclusa l'udienza, il luogotenente si congeda dall'esercito poco prima dell'inizio della Grande Guerra. Pentitosi della sua scelta, Carl Joseph si riarruola ma muore poco tempo dopo senza nemmeno combattere.
Commento di un personaggio a scelta: Carl Joseph von Trotta
Carl Joseph von Trotta è un ufficiale dell'esercito imperiale molto giovane e che presenta una personalità multiforme, sulla quale l'autore svilupperà intrecci psicologici affascinanti, ma spesso contraddittori ed enigmatici. Il luogotenente infatti porta su di sé il peso delle aspettative del padre ma soprattutto si sente schiacciato dalla memoria dell'impresa eroica compita molti anni prima. Egli quindi viene costretto ad arruolarsi ma capisce di non essere adatto alla vita militare e ciò gli causa insicurezza e frustrazione. Il giovane allora intraprende un percorso mentale di graduale conoscenza di se stesso, partendo dalla ricerca delle sue origini e dal desiderio di vedere i luoghi legati alla sua storia, come il villaggio di Sipolje, luogo natio del nonno. Questo viaggio all'interno del suo animo coinvolge anche le persone che lo circondano, primo fra tutti il nonno, una figura fortemente eroicizzata e molto ambigua. Nascerà così tra Joseph Trotta e il nipote un rapporto psicologico di cui si fa mediatore un ritratto piuttosto particolare che assume un doppio significato: Carl Joseph infatti si sente sorvegliato continuamente da quel volto impassibile del nonno, ma allo stesso tempo prova una grande ammirazione nei suoi confronti. Il punto di contatto tra nonno e nipote è la ricerca di un mondo semplice: il luogotenente infatti desidera vivere come i suoi avi a Sipolje, facendo il contadino, mentre Joseph von Trotta, dopo la battaglia di Solferino, si ritira dall'esercito per concludere la sua esistenza in solitudine, interrompendo i contatti con il mondo esterno. L'animo travagliato del luogotenente è caratterizzato da un forte senso di insoddisfazione per la propria vita, che si trasforma in una pura manifestazione esteriore,: si crea la sensazione di avere un vuoto interiore, che Carlo Joseph tenta di colmare inutilmente scegliendo vie di fuga sempre diverse come l'alcool, il gioco, le relazioni adulterine. Tutto ciò porta quindi a un sollievo momentaneo dal dolore di non trovare il proprio posto nel mondo, che sta vivendo Carl Joseph. Un altro filo conduttore su cui si sviluppa il romanzo è il rapporto tra il luogotenente e suo padre, incentrato su un formalismo quasi rituale che richiama molto quello fra un soldato semplice e un comandante. Il figlio infatti si sente obbligato a rendere conto delle proprie azioni al padre attraverso una corrispondenza epistolare che non lascia trapelare alcuna emozione ad eccezione della lettera di risposta spedita da Franz a seguito della morte del medico Demant, dove traspare la comprensione del padre per il figlio disperato. Carl Joseph si manifesta quindi come un personaggio molto moderno, dal momento che la sua morte miserabile rappresenta in qualche modo anche la finis Austriae. La figura tuttavia può essere definita anche contemporanea, in quanto l'irrequietezza che la caratterizza è visibile anche nei giovani del nostro secolo che ricercano come Carl Joseph un proprio posto nella realtà attuale in modo da inserirsi nell'incredibile puzzle del mondo, dove sono tanti i posti liberi, ma solo uno è quello giusto.
Valentina Tomaselli, IB, a.s. 2012-2013
Commento di un personaggio a scelta: Carl Joseph von Trotta
Carl Joseph von Trotta è un ufficiale dell'esercito imperiale molto giovane e che presenta una personalità multiforme, sulla quale l'autore svilupperà intrecci psicologici affascinanti, ma spesso contraddittori ed enigmatici. Il luogotenente infatti porta su di sé il peso delle aspettative del padre ma soprattutto si sente schiacciato dalla memoria dell'impresa eroica compita molti anni prima. Egli quindi viene costretto ad arruolarsi ma capisce di non essere adatto alla vita militare e ciò gli causa insicurezza e frustrazione. Il giovane allora intraprende un percorso mentale di graduale conoscenza di se stesso, partendo dalla ricerca delle sue origini e dal desiderio di vedere i luoghi legati alla sua storia, come il villaggio di Sipolje, luogo natio del nonno. Questo viaggio all'interno del suo animo coinvolge anche le persone che lo circondano, primo fra tutti il nonno, una figura fortemente eroicizzata e molto ambigua. Nascerà così tra Joseph Trotta e il nipote un rapporto psicologico di cui si fa mediatore un ritratto piuttosto particolare che assume un doppio significato: Carl Joseph infatti si sente sorvegliato continuamente da quel volto impassibile del nonno, ma allo stesso tempo prova una grande ammirazione nei suoi confronti. Il punto di contatto tra nonno e nipote è la ricerca di un mondo semplice: il luogotenente infatti desidera vivere come i suoi avi a Sipolje, facendo il contadino, mentre Joseph von Trotta, dopo la battaglia di Solferino, si ritira dall'esercito per concludere la sua esistenza in solitudine, interrompendo i contatti con il mondo esterno. L'animo travagliato del luogotenente è caratterizzato da un forte senso di insoddisfazione per la propria vita, che si trasforma in una pura manifestazione esteriore,: si crea la sensazione di avere un vuoto interiore, che Carlo Joseph tenta di colmare inutilmente scegliendo vie di fuga sempre diverse come l'alcool, il gioco, le relazioni adulterine. Tutto ciò porta quindi a un sollievo momentaneo dal dolore di non trovare il proprio posto nel mondo, che sta vivendo Carl Joseph. Un altro filo conduttore su cui si sviluppa il romanzo è il rapporto tra il luogotenente e suo padre, incentrato su un formalismo quasi rituale che richiama molto quello fra un soldato semplice e un comandante. Il figlio infatti si sente obbligato a rendere conto delle proprie azioni al padre attraverso una corrispondenza epistolare che non lascia trapelare alcuna emozione ad eccezione della lettera di risposta spedita da Franz a seguito della morte del medico Demant, dove traspare la comprensione del padre per il figlio disperato. Carl Joseph si manifesta quindi come un personaggio molto moderno, dal momento che la sua morte miserabile rappresenta in qualche modo anche la finis Austriae. La figura tuttavia può essere definita anche contemporanea, in quanto l'irrequietezza che la caratterizza è visibile anche nei giovani del nostro secolo che ricercano come Carl Joseph un proprio posto nella realtà attuale in modo da inserirsi nell'incredibile puzzle del mondo, dove sono tanti i posti liberi, ma solo uno è quello giusto.
Valentina Tomaselli, IB, a.s. 2012-2013
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Roth Joseph
Una delle ultime sere di carnovale
Rappresentata a conclusione della stagione 1761-62 al teatro di San Luca, Una delle ultime sere di carnovale è una commedia allegorica davvero particolare.
Siamo alla vigilia della partenza(pressoché obbligata) di Goldoni per la Francia, in questa sua opera si scorge l’arrivederci se non l’addio alla sua città, Venezia.
La struttura della commedia risulta affine a quella dei Rusteghi e delle Baruffe Chiozzotte: sei coppie in totale di cui tre già formate e tre da formare.
La trama poi appare poco complessa: Zamaria(tessitore veneziano) invita a cena dei suoi colleghi (Augustin, Lazaro), un mercate di seta(Bastian), le mogli di questi(rispettivamente: Elenetta, Alba, Marta), un manganaro (Momolo), un disegnatore di stoffe (Anzoletto) e una filatrice d’oro(Polonia).
La figlia di Zamaria(Domenica) e Anzoletto sono innamorato l’uno dell’altro ma il matrimonio è reso impossibile dall’imminente partenza di questo per la Russia.
La situazione, dopo numerosi inghippi, si risolverà con tre matrimoni: quello di Domenica e Anzoletto, quello di Polonia e Momolo e quello di Madama Gateau(una vecchia ricamatrice francese che inizialmente si era invaghita del giovane disegnatore) e Zamaria.
Goldoni, nell’introduzione alla prima edizione del testo(pubblicato nel 1772) rende palese al lettore l’allegoria che si cela dietro uno schema cosi semplice.
Assieme a ciò egli espone anche le regole della “Meneghela”, gioco di carte che può coinvolgere molte persone e con cui i personaggi si tengono impegnati in una scena molto efficace nel secondo atto. Non si tratta però di un semplice impiego del tempo, ma di un perfetto meccanismo narrativo-teatrale che delinea(e sottolinea) i tratti peculiari del carattere di ciascun giocatore.
Ed è proprio in questa scena che fa la sua comparsa un personaggio(Madama Gatteau) importante per la comprensione di quella metafora che è questa commedia.
Infatti la corrispondenza Anzoletto-Goldoni è chiara; facilmente comprensibile è anche quella tra Momolo e un Goldoni giovane, mentre Domenica è la commedia riformata e Madama Gatteau allude invece “agli aspetti di decadenza della Comédie Italienne” (Gilberto Pizzamiglio). Zamaria rappresenta infine il nobile impresario dell’autore, Vendramin.
Al dilà della vicenda sono frequentissimi i richiami a questo parallelismo; vediamo un Goldoni che, rimasto spiazzato dagli improvvisi successi teatrali del suo rivale, Gozzi, si rivolge alla Francia e qui racconta attraverso i suoi personaggi il suo stato d’animo, la nostalgia e gli addii.
Chissà poi se davvero, come si racconta, si sentì echeggiare dal pubblico, ad una delle poche rappresentazioni del 1762, quel “bon viazo, tornè presto!”
ANALISI DI UN PERSONAGGIO- Madama Gatteau La vecchia ricamatrice nell’allegoria che è Una delle ultime sere di carnovale rappresenta la commedia italiana non riformata. La donna infatti offre un’immagine caricaturale di un’anziana che pretende di mostrarsi giovane. Il suo volere Anzoletto tutto per sé è stato letto come il simbolo del sottostare alle leggi della Comèdie Italienne, cosa che Goldoni rifiuta con risoluta decisione. Il goffo bilinguismo di Madama la rende ancor più grottesca(e ci fornisce degli elementi per intuire l’incertezza di Goldoni sulla lingua da adoperare per le sue commedie on Francia). Assistiamo però, nel terzo atto, alla metamorfosi della ricamatrice, la quale rinuncia ad Anzoletto(promesso sposo di Domenica) per sposare invece Zamaria. Essa fa la sua comparsa nella fondamentale scena della Meneghella fornendo cosi il dodicesimo personaggio, necessario allo schema delle sei coppie. Madama Gatteau è dunque molte cose insieme: una vecchia ricamatrice, la Comèdie Italienne, ma anche colei che, da apparente antagonista di Anzoletto e Domenica, decidendo di andare in moglie al padre di questa, sbloccherà la situazione, portando cosi la commedia di addio di Goldoni a Venezia, al lieto fine.
Benedetta Favaro, cl. II B, a.s. 2012-2013
ANALISI DI UN PERSONAGGIO- Madama Gatteau La vecchia ricamatrice nell’allegoria che è Una delle ultime sere di carnovale rappresenta la commedia italiana non riformata. La donna infatti offre un’immagine caricaturale di un’anziana che pretende di mostrarsi giovane. Il suo volere Anzoletto tutto per sé è stato letto come il simbolo del sottostare alle leggi della Comèdie Italienne, cosa che Goldoni rifiuta con risoluta decisione. Il goffo bilinguismo di Madama la rende ancor più grottesca(e ci fornisce degli elementi per intuire l’incertezza di Goldoni sulla lingua da adoperare per le sue commedie on Francia). Assistiamo però, nel terzo atto, alla metamorfosi della ricamatrice, la quale rinuncia ad Anzoletto(promesso sposo di Domenica) per sposare invece Zamaria. Essa fa la sua comparsa nella fondamentale scena della Meneghella fornendo cosi il dodicesimo personaggio, necessario allo schema delle sei coppie. Madama Gatteau è dunque molte cose insieme: una vecchia ricamatrice, la Comèdie Italienne, ma anche colei che, da apparente antagonista di Anzoletto e Domenica, decidendo di andare in moglie al padre di questa, sbloccherà la situazione, portando cosi la commedia di addio di Goldoni a Venezia, al lieto fine.
Benedetta Favaro, cl. II B, a.s. 2012-2013
Autore
Goldoni Carlo
La signorina Else
La signorina Else, scritto da Arthur Schnitzler, narra la storia di una ragazza diciannovenne non ancora sposata, dotata di un'incantevole bellezza, che, nel periodo successivo alla prima guerra mondiale, trascorre le sue vacanze in un lussuoso albergo di montagna, nella località di San Martino di Castrozza, con la zia ed il cugino Paul. Else proviene da una ricca famiglia borghese, senza apparenti problemi economici, che in realtà si trova a fronteggiare l’incombenza di alcuni debiti dovuti alla tendenza del padre di giocare in borsa. In un tardo pomeriggio dopo aver smesso di giocare a tennis con il cugino Paul e la sua Cissy Mohr, Else sta tornando in albergo ed Entrata nella hall le viene consegnato un telegramma inviato da sua madre. Con esso viene informata della situazione critica del padre che, per non essere arrestato, avrebbe dovuto consegnare trentamila fiorini al dottor Fiala, e viste le precedenti richieste di denaro ai parenti non sarebbe stato possibile ricavare da essi un sostegno economico. Viene pregata dunque di recarsi dal signor Dorsday, un ricco barone, vecchio amico del padre, che alloggia allo stesso albergo, e perché lo implori affinché invii i soldi al dottor fiala entro la data fissata. Da qui si generano in Else pensieri contrastanti. La ragazza non crede che sia utile pagare il debito poiché è sicura che passato poco più di un mese la situazione si sarebbe presentata nuovamente . Inoltre si insinua in lei un sospetto, quel Dorsday che mai le era stato poi cosi simpatico avrebbe di sicuro chiesto qualcosa in cambio ed essendo lei una giovane assai attraente non era difficile immaginarsi quale sarebbe stata la richiesta di questo. Ma come potevano i suoi genitori aver fatto cosi conto sul suo affetto filiale e sulla sua bellezza? Nonostante non condividesse la richiesta fattale falla madre, Else, dopo aver indossato un elegante vestito nero con un'ampia scollatura, scese decisa a parlare con il barone. Incontrato Dorsday i due cominciarono a passeggiare. La giovane spiegò la sventurata situazione della sua famiglia, pregando il ricco uomo di consegnare a Fiala i trentamila fiorini. Questo accettò di buon grado la richiesta,ma pose una condizione: Else si sarebbe dovuta presentare senza abiti o nella sua camera, o in una radura del bosco, dopo il diner. La giovane era smarrita, confusa e a tratti anche arrabbiata e umiliata. Disprezzava quell'uomo che ormai vedeva come un depravato allo stesso tempo la speranza la portava a pensare che fosse stato solo uno scherzo di cattivo gusto. Non voleva vendersi, per quanto lei non fosse poi una ragazza con troppo pudore. Doveva farlo, non poteva abbandonare la sua famiglia, lei era la loro unica salvezza. Si diresse dunque nel fitto del bosco che circondava l’albergo, dove infine, sovrastata dalla tensione e dai mille pensieri,si addormentò. Dormì per alcuni minuti, forse anche per un’ora, tanto che, quando tornò all’albergo, tutti erano in pensiero per lei.
Entrata nella hall infatti la accolse il cugino, Else giustificò la sua assenza dicendo di aver una forte emicrania.Nel frattempo era arrivato un nuovo telegramma, questa volta scritta dal padre. La perdita non era di trentamila fiorini bensì di cinquantamila. Di nuovo la sua mente venne offuscata da mille pensieri e mille sensazioni. La ragazza non voleva assolutamente cedere alla richiesta di Dorsday, pensò dunque che la scelta migliore sarebbe stata quella di scendere nella sala da pranzo con addosso solo le scarpe e il mantello che al momento opportuno si sarebbe tolta, accontentando cosi il ricco barone. Se l’umiliazione dopo aver compiuto quel gesto fosse stata troppa, avrebbe potuto benissimo togliersi la vita con le sei cartucce di veronal che aveva immerso dentro ad un bicchiere pieno d'acqua. Prese coraggio e ,dopo il diner, scese la scalinata che portava alla hall e si diresse verso il salone, dove tutti la osservavno stupiti. Si domandò se si fossero accorti che sotto al mantello non indossava niente, ma non le interessava, lei si sentiva cosi libera senza quegli abiti. Si diresse infine nella sala da gioco. Appena scorse Dorsday fece cadere il mantello mostrandosi nuda. Poco dopo svenne. Venne soccorsa e riportata in camera dalla zia, da Paul e da Cissy. Else riusciva asentire tutti i loro discorsi, ma le era impossbile qualsiasi movimento. Lo stesso Dorsday era andato ad assicurasi che la ragazza si fosse ripresa. Ma questa, presa dalla vergogna e dal panico, mentre nessuno la sorvegliava,usò le sue forze rimanenti ed inghiottì il bicchiere colmo di veronal. Quando ormai era troppo tardi per tornare indietro, si accorse che in fondo, non desiderava morire, cercò di chiamare Paul perché la salvasse. Purtroppo però era ormai scivolata tra le braccia della morte.
ELSE
La protagonista è il narratore stesso. Il racconto infatti si sviluppa interamente in prima persona, essendo il susseguirsi dei pensieri della ragazza. Else è una giovane donna dall'animo fragile che comincia a confrontarsi con il mondo adulto. È molto bella: magra, con belle spalle, capelli biondo rame e gambe affusolate. Di ciò è consapevole a tal punto che lei stessa si vanta di essere dotata di una bellezza e di una sensualità uniche. In altri momenti invece sembra che viva e consideri queste qualità come fossero una maledizione, la richiesta del barone ne è la dimostrazione. Nonostante ciò Else non nasconde la sua bellezza, anzi ama metterla in mostra e sentirsi apprezzata. Nel corso della storia assume punti di vista diversi dimostrando la sua fragilità data anche dalla giovane età, manifesta però una grande intelligenza ed un grande spirito di osservazione giacché studia ogni situazione le si presenti ed ogni altro personaggio. Ha un carattere ingenuo, impulsivo e vulnerabile. Il suo comportamento rispetto agli altri è distaccato ed altezzoso come lei stessa afferma.
La sua scelta di morire non è dovuta unicamente all'umiliazione subita, ma anche alla difficile situazione economica della famiglia. Else era costretta a fingere che questo problema non esistesse e di questo era davvero stanca. Grazie alla sua irreparabile azione notiamo la sua determinazione e convinzione, poco dopo però veniamo smentiti dal suo non volere davvero morire e quindi dall'essersi pentita.
Ilaria Gelli, I B, a.s. 2012-2013
Autore
Schnitzler Arthur
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